Colore: Bianco
domenica 23 novembre 2008

Let. 1a Ez. 34, 11 - 12. 15 - 17.
2a 1 Cor. 15, 20 - 26. 28.
Vang. Mt. 25, 31 - 46.


Introduzione


La Solennità di Cristo Re sottolinea la dimensione finale della Storia della Salvezza.
Il Regno di Dio da secoli promesso per mezzo dei Profeti, è stato inaugurato da Cristo con la sua morte e risurrezione.
Ora va lentamente crescendo nel tempo della Chiesa è orientato verso il raggiungimento della meta definitiva quando Cristo ritornerà nella gloria e il suo Regno non avrà più fine.

E’ questo il messaggio, con cui si conclude l’Anno Liturgico.
Per disporci alla celebrazione, riconosciamo i nostri peccati.
OMELIA


La Chiesa ponendo al termine dell’Anno Liturgico la Solennità di Cristo Re dell’Universo vuol sottolineare che tutto il corso della Storia Universale e della Redenzione, di cui l'anno Liturgico è celebrazione, ha il suo coronamento nel trionfo pieno e definitivo di Dio e del suo Regno nella persona di Cristo, dopo la totale liberazione dell’uomo e del mondo intero.

Quindi il senso della Storia del mondo e della vita dell’uomo si decide nel rapporto con Gesù Cristo e il rapporto con Gesù Cristo si decide nel rapporto con i Fratelli.

Questi due sono i messaggi essenziali del grande affresco del giudizio, che conclude il discorso del Vangelo di S. Matteo sulla fine dei tempi.

Lo svolgimento progressivo del piano di salvezza nella sua fase storica e il suo compimento nella sua fase finale sono ben presentati dalle letture che abbiamo ascoltato.

La figura del Cristo domina e determina tutto il cammino cosmico e umano dall’inizio fino al momento finale.

A Lui vanno riferite le parole della Scrittura :”Io sono l’inizio e la fine; Colui che è, era e che viene”.

Nella seconda lettura S. Paolo accenna al peccato di Adamo e alle sue peggiori conseguenze ( “a causa di un uomo venne la morte”); era il segnale e l’inizio della ribellione dell’uomo al Re universale e il rifiuto del suo Regno.

Con ciò veniva sconvolto l’ordine fondamentale delle cose e si faceva fallire il piano eterno di gloria dell’Onnipotente e si comprometteva anche il piano della più genuina e autentica affermazione dell’uomo e delle realtà terrestri.

Dio però non rinunciò al disegno concepito.

Per questo diede l’investitura a Re con le sue medesime prerogative al Figlio suo: “Hai consacrato Sacerdote e Re dell’Universo il tuo Unico Figlio Gesù”; con ciò voleva rinnovare tutte le cose.

E Gesù esercitò la Regalità durante la sua vita terrena, non certo come un tiranno, ma come un Buon Pastore, tutto premura e tenerezza verso le sue pecorelle.

Ecco perché nella Liturgia di oggi la figura di Dio, Buon Pastore ha grande rilievo ( prima lettura).

Il Profeta deluso dai cattivi pastori del popolo, descrive i comportamenti del vero Pastore.

Dio prenderà personalmente e direttamente la guida del gregge e il gregge sarà così liberato.

Posto al sicuro da ogni pericolo, trattato con ogni giustizia, ognuno sarà rispettato secondo le sue necessità: la pecora smarrita sarà cercata, quella perduta sarà guidata, quella ferita sarà curata, quella più debole sarà fortificata e quella forte sarà custodita.

Gesù acquistò in modo più perfetto il suo titolo di Re dei cieli e della terra con la sua morte e risurrezione.

Così “l’Agnello immolato divenne degno di ricevere potenza e ricchezza e sapienza e forza e onore”.

La fase storica del Regno, nella vita terrena del Cristo e in tutto il tempo intermedio prima del ritorno finale, è caratterizzata falla faticosa e progressiva realizzazione dei beni messianici: la verità, la vita, la santità, la grazia, la giustizia, l’amore.

Le creature vanno liberandosi, per l’azione del Cristo, dalla schiavitù del peccato; i buoni seguono la via dell’obbedienza volenterosa a Dio tra tentazioni e ostacoli, tanto che devono ricorrere continuamente al suo aiuto.

In questa fase c’è chi riconosce e chi no l’immagine del Sovrano Cristo, riflessa nei suoi sudditi, specialmente più poveri.

Vi sono molti nemici e fra tutti quello più duro a sparire, la morte, che fa strage.

Verrà però infallibilmente la fase ultima; allora tutti saranno sottomessi al Re o per amore o per forza.

Il Buon Pastore si farà Giudice ed emetterà la sentenza definitiva di ammissione alla gloria o di condanna eterna.

Il brano del Vangelo, che abbiamo ascoltato, presenta in modo molto espressivo questo aspetto della Regalità di Gesù, espressa nel potere di giudicare l’umanità.
Il Figlio di Dio, venuto nell’umiltà e nella sofferenza a salvare il gregge, consegnatogli dal Padre, ritornerà glorioso alla fine dei tempi a giudicare coloro che sono stati oggetto del suo amore.

Ed essendo stato l’amore la sintesi del suo messaggio, il fine e il movente di tutta la sua opera di salvezza, il suo giudizio avrà per punto di riferimento proprio l’amore.

Un giudizio molto concreto, basato sui fatti: chi non avrà amato si escluderà volontariamente dal Regno di Cristo e in quell’ultimo giorno vedrà confermata per sempre tale esclusione.

L’Evangelista Matteo presenta in modo suggestivo la scena: il Figlio dell’uomo è seduto in trono circondato dai suoi Angeli.
Da notare l’appellativo Figlio dell’Uomo, cioè Colui, che si è presentato come uno di noi, si rivela alla fine come il Giudice del mondo e della Storia.

Tutte le genti sono radunate davanti a Lui perché a Lui è dato il potere di giudicare.
E il giudizio si compie mediante la rivelazione del rapporto che ciascuno ha avuto con Lui : “Mi avete dato da mangiare... mi avete dato da bere... non mi avete dato da mangiare...”
Si potrebbe dire con il Vangelo di S. Giovanni: “Il Padre non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio...gli ha dato il potere di giudicare perché è Figlio dell’Uomo” (Gv. 5, 22. 27).
L’Evangelista dice in secondo luogo che il nostro rapporto con il Figlio dell’Uomo si gioca nel modo di rapportarci agli altri :”ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me... Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”.

Il Figlio dell’Uomo si identifica perciò con ogni uomo, fosse anche il più piccolo, quello che ai nostri occhi sembrerebbe valere meno.
E’ una affermazione sorprendente ma che va davvero al cuore della visione cristiana dell’uomo.

L’elemento decisivo non sta nel riconoscere esplicitamente il volto di Gesù negli altri, ma piuttosto nel trattare gli altri con rispetto e con amore.
La salvezza sarà per tutti un dono e una sorpresa: riconoscimento non di quello che avevamo pensato importante, ma di piccoli atti di misericordia, ai quali Dio è particolarmente interessato perché è interessato come un Padre ai più piccoli ed anche perché il nostro pensare è diverso da quello di Dio.

IL Figlio dell’Uomo che ha conosciuto la fame, le nudità, la solitudine, l’abbandono, è un Re che si identifica con i più umili, i più piccoli e che continua a vivere in mezzo agli uomini sotto spoglie sconosciute anche ai salvati: “quando mai ti abbiamo visto affamato ecc.”.
Non solo i pagani, ma anche noi cristiani, che non riusciamo ad essere coerenti con la Parola, rimarremo sorpresi da quella forma di giustizia dinamica, che crea valori e meriti per la forza e l’amore del Re.
Così il Re Messia fa assumere il ruolo di protagonisti a gente sconosciuta, di nessun potere: affamati, assetati, carcerati, ammalati, senza patria, senza vestiario, gente che non possiede niente, che non ha poter in niente, che non può assicurarsi nemmeno l’indispensabile per la propria sussistenza e per la propria libertà.

Saranno proprio loro ad esser gli arbitri indiscussi della sorte di tutti gli uomini.
Il Vangelo in ultima analisi ci illumina su quello che dobbiamo intendere come amore del prossimo: si tratta di volere la vita del fratello, di volerla effettivamente non solo col sentimento di compassione ma con un comportamento di solidarietà.
Le opere di misericordia corporale hanno qui la loro giustificazione; ma qui trovano giustificazione anche l’impegno per una società più giusta o per una politica più umana.

Conclusione

S. Paolo ci aiuta a completare queste riflessioni, legando la Regalità di Gesù Cristo alla sua Risurrezione.
E questa è una visione di grande speranza, tenendo conto che la Risurrezione non è solo un avvenimento futuro, ma è anche la realtà di ogni giorno nei nostri piccoli gesti di amore.
Quando i seguaci di Cristo godranno della sua Risurrezione gloriosa e della sua stessa perfezione di vita nuova, allora il trionfo del Re avrà raggiunto il suo culmine.
Il suo programma di vittoria sarà attuato pienamente nella persona del Capo e di tutto il suo popolo.
La pienezza della vita divina non sarà solo nel Capo ma anche nelle membra.
Si instaurerà il Regno futuro, che Cristo consegnerà al Padre e Dio sarà tutto in tutti.
Allora risuonerà il canto nuovo, il canto perenne e universale che trascende spazio e tempo: “ A Lui gloria e potenza nei secoli in eterno”. Amen!