• Ultima modifica: Martedì 16 Gennaio 2018, 09:25:05.

…un incontro, mentre, a camminar, tiravan sera…

 

 

Gli occhi cadono nel centro: un alone di luce, chiarezza affascinante, cattura lo sguardo e lo porta su un altro sguardo. E questo sguardo è rivolto al cielo, sale verso l’alto.

Ci sei anche tu insieme a quei due personaggi seduti ai lati di quello sguardo. Con loro guardi, con loro cerchi, con loro parli. Come loro hai dinnanzi il tuo semplice, povero tozzo di pane. Con le mani interroghi e ti meravigli. Una meraviglia interrogante: che mai sta accadendo? Ci arde il cuore nel petto…e i nostri occhi si aprono. Ecco quella luce. A lato una figura intera che, avvicinandosi, reca pane e un otre di vino. A terra due eleganti cani vegliano, memoria di un tempo altro. Ci sei anche tu. Ma dove? Due pellegrini, con i loro poveri cenci e i segni di una vita peregrinante, in movimento, mai ferma a sostare, ai lati di una tavola imbandita dell’essenziale. Una tovaglia finemente evocata nella sua semplicità, con pieghe di maniera, evocanti un altare che si fa luogo radunante, di condivisione. Sopra solo tre semplici piatti: un povero pane a destra e uno a sinistra. Al centro un pezzo di agnello, la finezza di uno spicchio di limone. Sopra le mani spezzano il pane.

Una scena conosciuta, quella dei discepoli di Emmaus, evocata in un racconto di colori di maniera. La maniera: sì. Proprio quella che alla fine del secolo XVI e all’inizio di quello seguente tanto suscitava ammirazione. E con quei colori, quelle forme, la forza delle parole si traduce in gesti, espressioni, segni, cose, mani e piedi. Occhi.

Erano due poveri amici che camminavano ormai senza pretese verso il loro destino. Cupi e preoccupati, a tirare sera: camminavano così, a tirare sera in quella giornata e forse anche nella vita. Un affetto, un amico, un sogno: su quella croce era divenuto notte. E il destino li incontrò su quella strada. La si può immaginare lì dietro, che scende da quel colle che si intravede alle spalle dei personaggi rappresentati, passa accanto a una torre, un albero, tra la terra a tratti coltivata. Una strada uguale a quella che percorri tu ogni giorni, che loro hanno percorso chissà quante volte. Ma quella volta con l’amarezza del tirar sera nel cuore. Una strada del Seicento, ma anche una strada del primo secolo dell’era cristiana, o una strada del secolo XXI.

Giunti tra le architetture solenni e sacre, archi e colonne di un possente secolo di trionfi, aperte sulla storia di un tempo che da sempre vede cominciare il giorno in un’alba che già naufraga, senso inevaso, nel tramonto, si siedono su comode sedie d’epoca, attorno ad una piccola, parca mensa. Il telo bianco, memoria del candido lenzuolo che avvolse la morte, candida tovaglia di una mensa condivisa nella pace: è questa una liturgia semplice e solenne a un tempo, celebrazione dell’Eucaristia prefigurata nel pane spezzato, appena al di sopra dell’agnello immolato, memoriale dell’indimenticata notte della liberazione dalla schiavitù d’Egitto.

Mentre i due amici, in torsioni evocanti il genio di Michelangelo Buonarroti e le sue figure serpentinate, trasformano il loro ascoltare in stupita sorpresa, la luce, indefinita nel resto della scena nel suo accarezzare le cose perché siano, promana da un volto familiare all’uomo di ogni epoca, un volto che attraversa la storia, illuminandone il senso, l’inizio, la fine e il nuovo inizio: è il Nazareno, colui che tanto avevano ascoltato, seguito, amato. L’amico di sempre che allo spezzare del pane, si rivela ai loro occhi delusi. Che emozione! Sobbalzano sulla sedia, in un attimo colto con sapienza e ingenuità a un tempo dall’ignoto artista. Dietro, alle loro spalle, una figura dai tratti belli e suadenti, ma che tradisce un po’ di goffaggine: un servo porta pane e vino. Ma guarda fuori della scena, altrove. Ancora non può capire: deve sentire quel racconto straordinario che ha cambiato la storia del mondo perché cambia la storia di ogni singola vita. Deve sentire il racconto di una morte, della morte della morte, ossia della Risurrezione. Mistero inimmaginabile, ma da allora in avanti pronunciabile, pensabile, dicibile. Solo dopo averlo sentito e risentito, potrà vedere e comprendere il segreto nascosto in un gesto.

Al centro il Risorto. Quante suggestioni in quel volto. E’ l’amico di sempre. Familiare, comprensibile ad ogni epoca con quei fluenti capelli, quella barba giovane e antica a un tempo, saggezza e giovinezza, quegli occhi che già parlavano senza parole, che avevano guardato l’adultera senza condannarla, che avevano insegnato l’umanità di un gesto divino, quelle mani così generose, quella pelle chiara e intensa, luce che si fa materia e di nuovo luce. La carne del paradiso, quella sua carne! Mancano i segni evidenti della passione: errore di un pittore inesperto? Forse…ma quell’agnello sacrificato pronuncia il sacrificio del crocefisso che più non muore.

Gesti semplici di sorpresa, nella cornice di un paesaggio secentesco, di abiti d’altri tempi di pellegrini antichi e sempre attuali, giochi di luce tra manierismi rinascimentali prestati a un giovane barocco: è questa l’opera di uno sconosciuto pittore, ancora una volta interprete di una storia conosciuta e pur sempre sconosciuta, da narrare. Oggi custodita a Roma, dove sempre attende di essere incontrata, ascoltata, guardata, interpretata da chi spezza il pane della quotidianità e nella quotidianità. Quei due discepoli, pellegrini dello spazio e del tempo, incontrano colui che, morto ora vive. E rivivono le passioni, le storie di singole vite, di mani strette e di occhi incontrati. Il mistero che ancora traspare da un’opera d’arte, testimonianza sempre viva e attuale che ha attraversato le prove del tempo. Come quel volto che riluce, denso di speranza.

Don Giuseppe Luisignani

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