• Ultima modifica: Martedì 16 Gennaio 2018, 09:25:05.

Mons. Alcide G. MARINA C.M.

ALCIDES JOSEPHUS MARINA
CONGR. MISSIONIS
DOMO PLACENTIA
ALBERONIANI COLLEGII
ALUMNUS ET RECTOR
SANCTI VINCENTII A PAULO
COETUUM ET OPERUM
PROV. ROMANAE
MODERATOR ET FAUTOR
MOX HELIOPOLITANUS IN PHOENJCIA
ARCHIEP. CONSECRATUS
ET AD PERSAS TURCAS lIBANENSES
SUMMI PONTIFICIS LEGATIONE
FUNCTUS
SUA SEQUE IPSUM PRO CHRISTO
ET ECCLESIA
LIBENTER IMPENDIT
USQUE AD MORTEM
QUAM ROMAE PIISSIME OBIIT
XV KAL. OCTOBR. A. MDCCCCL
AET. SUAE LXIV

TRAMONTO TERRENO

Una telefonata urgente, giunta al Collegio Leoniano di Roma da Villa Stuart, ci chiamò a Monte Mario nella Clinica delle Suore Missionarie Serve dello Spirito Santo, presso Monsignor Marina morente, la sera del 16 settembre 1950 alle 21 circa. Quando arrivammo S. E. Mons. Montini, Sostituto della Segreteria di Stato di S. S., Gli aveva portata l'ultima Benedizione del Santo Padre. Il Superiore del Leoniano e un altro Missionario - poi ne venne un terzo - ai piedi del letto sommessamente recitavano le preci per gli agonizzanti; io ero in ginocchio di fianco al letto. Monsignore assopito respirava a bocca aperta e con affanno. Verso le 22,30 aprì gli occhi. Mi guardò, poi girò lo sguardo sui Confratelli, ci riconobbe: ebbi l'impressione che cercasse di sorridere. Richiuse gli occhi. In noi aveva riveduto la Comunità... il Collegio Alberoni. Ma volevo che lo sapesse chi noi rappresentavamo in quel momento. Gli presi la mano sinistra, che teneva sul cuscino appoggiato a una sedia; gliela baciai, e, accostandomi maggiormente a Lui, Gli dissi: « Eccellenza, preghiamo per Lei... ». « Grazie », rispose con uno sforzo, in gola, senza che le labbra quasi si muovessero, malamente articolando le due sillabe. Fu l'ultima sua parola rivolta a noi quattro Missionari. Richiuse gli occhi. Riprese l'assopimento. Più tardi udimmo le invocazioni, meglio pronunciate: « Mio Dio, mio Dio!». E ancora, a distanza di minuti: « Dio mio, Dio mio! », mentre tentava di girarsi un poco sul fianco sinistro. Poi la sua voce tacque per sempre. Verso mezzanotte non ritenne nemmeno il ghiaccio che gli si metteva in bocca. A poco a poco si andava spegnendo. All'una dopo mezzanotte la reazione sensibile non c'era più. Il polso era diventato piccolo piccolo, il respiro brevissimo, con rantolo. I signori Marchesi, cugini di Monsignore, il Cappellano della Clinica, le Suore si unirono alla nostra preghiera per Lui. Noi Missionari, già tutti suoi « figliuoli » al Collegio Alberoni, Gli demmo ancora insieme la Santa Assoluzione. All'1,45 del 17 settembre 1950 S. E. Monsignor Alcide Giuseppe Marina, Arcivescovo Titolare di Eliopoli di Fenicia, Primo Nunzio Apostolico del Libano, serenamente spirava.
« In Paradisum deducant Te Angeli »!

COLLEGIALE E MISSIONARIO

Alcide Giuseppe Marina ,era nato a Santimento (Piacenza) alla Casa dei Gobbi il 24 marzo 1887. Suo Padre, Benvenuto, era maestro delle scuole elementari e direttore di coro alla Chiesa; sua Madre, Isabella Marchesi, distinta di persona e di origine. Due giorni dopo fu battezzato dal vivente:. nonagenario Canonico Mons. Luigi Tammi allora Curato di Santimento.
Rimasto orfano ancor bambino, si trasferì con la madre a San Lazzaro, poi a Monza, dove studiò presso gli Artigianelli, maturando la sua vocazione ecclesiastica. Nel 1901, usufruendo del domicilio che aveva conservato in Diocesi di Piacenza, partecipò al concorso per l'ammissione al Collegio Alberoni, e fu promosso con la qualifica « sostitute ». In attesa che si facesse libero in Collegio il suo posto, il 10 gennaio 1902 entrò nel nostro Seminario Vescovile, come risulta dal Registro Mastro del Seminario stesso al N. d'ordine 767, ivi restando nel IV corso ginnasiale sino al 26 febbraio, quando - non ancora quindicenne - passò al Collegio Alberoni - come ultimo dei «sostituti». e il più giovane della Camerata 51a.
Quattro anni restò a San Lazzaro. La sua mente era ancora poco sviluppata; ma unita alla distinzione della sua persona si notava in lui una grande diligenza, che lo portò a poco a poco alla pari degli altri. Negli ultimi due anni di Collegio le sue votazioni scolastiche, che abbiamo registrato nel nostro Archivio; vanno da 6 3/4 a 8 1/2. La sua Camerata fu una delle più fraternamente unite che si ricordino.
Da essa uscirono sette Missionari, di cui uno Martire, il Sig. Umberto Verdini. Anche il Sig. Marina fu uno dei privilegiati scelti dal Signore.
Egli, ricevuti a Piacenza gli ultimi Ordini Minori il 25-XII-1906, lasciò il Collegio il 20 gennaio 1906, all'inizio del Il corso teologico.
Partì per Roma e il 25 gennaio, giorno natalizio della Comunità, entrò nel Seminario Interno della Congregazione della Missione a Montecitorio, nella Casa che risaliva ai tempi di San Vincenzo.
Terminati i due anni di prova nel Seminario Interno, continuò a Roma gli studi. Dopo il servizio militare, prestato all'Ospedale del Celio, 18 dicembre 1909 a San Giovanni in Laterano, dal Card. Respighi, Vicario Generale di Roma, fu ordinato Sacerdote. L'anno appresso, conseguita la laurea in sacra teologia, era destinato a Piacenza al Collegio Alberoni come insegnante di storia ecclesiastica, liturgia e storia dell'arte.
Nel 1912 è trasferito a Firenze, a San Jacopo. Attende alle missioni, a predicazioni varie e all'organizzazione dell' Azione Cattolica.
Poi venne la guerra mondiale. Anch'egli è mobilitato, e parte il 3 agosto 1915 per il fronte come cappellano. Due anni resta in prima linea con un ospedaletto avanzato. In seguito presta servizio in mezzo ai fanti, poi con gli artiglieri, poi con le truppe operanti in Francia, poi con la Brigata Sassari. Fu cappellano carissimo a P. Semeria e al Vescovo Castrense Mons. Bartolomasi. Ebbe due Encomi, Croce di guerra, Croce di Cavaliere della Corona d'Italia, che gli venne conferita con questa motivazione: « Sacerdote soldato, colto, intemerato e valoroso... prezioso collaboratore del Comandante... per la multiforme opera di elevazione spirituale e intellettuale spiegata presso le truppe dipendenti, alle quali egli ha costantemente portato l'esempio del proprio sereno coraggio e il conforto della sua continua presenza e del proprio illuminato patriottismo».
Congedato nell'agosto 1919, ritorna a Firenze e riprende il suo lavoro. Dal 1920 si occupa degli Annali della Missione, di cui diviene direttore, redattore e amministratore. Verso la fine dell'anno è chiamato a Roma, portando con se gli Annali, che non abbandonerà più fino alla sua partenza per la Persia.
A Roma gli è affidata la Direzione della Pontificia Accademia Liturgica Romana e della rivista internazionale Ephemerides Liturgicae, organo ufficioso della Congregazione dei Riti. Come basta prendere i volumi degli Annali della Missione 1920-36 per capire il lavoro del Sig. Marina pubblicista vincenziano, così basta confrontare il volume delle Ephemerides Liturgicae del 1921 con i volumi precedenti per comprendere il suo spirito saggiamente innovatore anche nell'organizzazione liturgica.

SUPERIORE 

Mons. Alcide Marina ritratto nel 1932 quando ricopriva la carica di Visitatore della Prov. Romana
Mons. Alcide Marina ritratto nel
1932 quando ricopriva la carica di
Visitatore della Prov. Romana

Nell'autunno del 1921 il Sig. Marina fu nominato, a 34 anni, Superiore del Collegio Alberoni. Per 12 anni fu qui con noi, padre in mezzo ai figli, maestro fra i discepoli, Superiore di San Lazzaro per gli alunni ed ex-alunni. E furono gli anni della sua più intensa attività; gli anni in cui rivelò maggiormente il suo dinamismo e le sue qualità eccezionali di uomo di governo.
Il ritorno delle salme degli otto alunni caduti nella grande guerra mondiale (9 ottobre 1922) fu tra i suoi primi pensieri. Nell'atrio d'onore del Collegio volle l'epigrafe-ricordo dettata dall'ex-alunno Mons. Alessandro Bersani. E bello, artistico il volume La Guerra e il Collegio Alberoni di Piacenza, nel quale intese testimoniare l'opera preziosa svolta dall'Istituto per la guerra vittoriosa. Con tale contributo, che innalza il Collegio all'onore di un distintissimo posto fra gli Istituti ecclesiastici che prestarono le loro energie alla Patria nell'ora della prova più aspra, parve al Sig. Marina di assolvere un dovere di giustizia e di cantare al Collegio bicentenario un inno di amore « simile all'amore della propria madre ».
Alla fine del 1922 iniziò la collana delle Monografie del Collegio Alberoni col profondo e alto studio tomista immaterialità e pensiero del Sig. Stefano Bersani, C. M., pubblicazione molto gradita a Roma e negli ambienti di studio. Il Card. Bisleti, Prefetto della S. Congregazione dei Seminari, compiacendosi della iniziativa col visitatore della Missione (7-3-1923), faceva voti perchè rivedesse la luce « quel caro periodico che fu il Divus Thomas, dove tanti insigni maestri profusero i tesori della loro intelligenza e tanti lettori raccolsero quella dottrina che in mezzo a deplorevoli aberrazioni,li mantenne saldi nell'adesione al magistero infallibile della Chiesa ». Quel desiderio il Sig. Marina l'aveva già previsto e fatto suo appena giunto al Collegio, nella prima adunanza dei Professori (17-10-21), aveva trattato l'argomento: le Monografie non dovevano essere che un primo passo e la preparazione immediata alla ripresa del Divus Thomas. Nell'adunanza del 13 gennaio 1924 egli manifestò ai Professori la sua decisione di riprendere il Divus Thomas, dopo aver assicurato che la parte finanziaria era garantita dall' Amministrazione. Nei Confratelli trovò unanime compiacenza e cordiale collaborazione.
La sera del 17 maggio 1924, verso la fine di quella solenne «Settimana Tomista» (12-18 maggio) organizzata in Collegio per le Feste Centenarie in onore di San Tommaso con una magnificenza tecnica, un complesso di personalità intervenute e di argomenti trattati da poter essere celebrata degnamente in una grande Università, il Sig. Marina
distribuì le prime copie del risorto Divus Thomas, quella rivista tanto desiderata, «sufficiente da sola ad impreziosire un Istituto scientifico ».
Accanto agli Annali, alle Monografie, al Divus Thomas, il Sig. Marina fa sorgere la collana di volumi vincenziani « Caritas »; intraprende la pubblicazione delle Opere di San Vincenzo su quella ufficiale di Parigi e della Vita di San Vincenzo del Sig. Coste, C. M., che, vuole messa in bella forma italiana dal Casini; inizia là nuova pubblicazione periodica Annali della Carità, destinata al movimento caritativo vincenziano d'Italia.
In Collegio impiantò l'Osservatorio Sismico (con tre apparecchi; aggiorna l'attrezzatura di quello meteorologico; forma il gabinetto di zoologia e di mineralogia; aggiunge quattro sale alla Biblioteca, poi una quinta, la Sala Pio XI, che vuole magnifica, come sede del Collegio dei Professori, degna di essere a fianco della primitiva Biblioteca costruita dal Cardinale Fondatore; riordina l'appartamento del Cardinale senza distruggere nulla di quella pretesa originalità che più non esisteva; per tre anni, dal 1926 al 1929, lavora per il ritorno in Collegio dei quadri e arazzi depositati nel 1903 al Museo Civico. (La sola sua lettera del 5.8-1926, pubblicata sulla « Libertà », di Piacenza, che distrugge con la verità storica e argomenti di diritto le false affermazioni e i pretesi inesistenti diritti di chi non voleva restituire ciò che aveva preso in consegna temporanea e a solo titolo precario, lascia capire di che potenza erano le sue battaglie.); e nelle solennissime Feste bicentenarie della Fondazione del Collegio (26-28 aprile 1933) apre accanto al Collegio una vera e propria Galleria Alberoniana (Quando nel 1939 pubblicai la storia della Raccolta Alberoniana, Come si è salvata la Collezione Artistica Alberoni (è il volume 170 delle Monografie del Collegio), non per un semplice omaggio, ma per atto di vera gratitudine dedicai il mio lavoro a Lui, « ideatore e realizzatore della Galleria Alberoni, sapientemente voluta per raccogliere i resti di quanto formò lo splendore della magnificenza alberoniana », E fu lietissimo quando gli giunsero a Teheran le copie di omaggio, e mi ringraziò la sera stessa « per il servizio che il lavoro rendeva ai Missionari al Collegio»).
Anche agli studi in Collegio diede vigoroso impulso, non appena attraverso la Biblioteca e il materiale scientifico, ma direttamente nell'ordinamento delle Scuole, aggiornate sui programmi governativi e in base alle disposizioni pontificie. La recente riforma della S. Congregazione dei Seminari egli l'applicò al Collegio mentre era Superiore.
Nell'adunanza dei Professori del 16 ottobre 1923, ricordava come la scuola è sacra e perciò raccomandava di mettere in essa tutto l'impegno « cercando di elevare il più possibile il livello dell'insegnamento », usando con gli alunni « i tradizionali metodi di bontà del Collegio », ma senza scendere mai con loro a parlare di cose estranee alla scuola.
Il canto sacro e lo studio del pianoforte entrò a far parte delle materie scolastiche obbligatorie. Corsi speciali, tenuti da specialisti, integravano l'insegnamento. Ci tenne ad avere a suo collaboratore il meglio del personale che gli poteva offrire la Comunità. E fu lui stesso insegnante di morale speciale per 12 anni. Insegnava padrone della materia, con l'autorità del maestro. Alle lezioni giungeva sempre puntuale.
Nell'esposizione era rapido, preciso, chiaro, ordinato. La sua dottrina era sicura; la sua parola letterariamente eletta. Finché fu in vita il Collegio Teologico Piacentino presentò diversi dei suoi giovani per i gradi accademici. Quando non fu più possibile a Piacenza, ottenne che due alunni, dopo 4 anni di teologia a S. Lazzaro, terminassero gli studi a Roma, conseguendovi una laurea. E da allora continuano ancora, ogni triennio, due giovani alberoniani a godere delle disposizioni ottenute dal Sig. Marina.
Alla vita del Collegio diede lo spirito di famiglia. E' questo che ci lega; è per questo che ci si vuol bene. Sua norma fu la bontà paterna unita alla disciplina. Ci teneva molto alla disciplina; ma era paternamente largo nel comprendere l'animo dei giovani. Geloso custode della tradizione, seppe saggiamente svincolarsi da un tradizionalismo fossile. I suoi alunni ricordano con tanta soddisfazione questa non avventata, ma ardimentosa e concreta, cosciente e lungimirante nota gaia di novità che egli fece risuonare negli anni del suo governo a S. Lazzaro. Così, ad esempio, rompendo la tradizione claustrale, promosse ogni anno utili gite d'istruzione per gli alunni -sotto forma di pellegrinaggi e gite di studio - non appena nell'Italia settentrionale, ma anche fino a Loreto, Firenze, Pisa, Roma e dintorni, Montecassino. Durante le Vacanze, a Veano, egli viveva più direttamente a contatto con i giovani; giocava con loro a tamburello (e lo fece ancora da Delegato Apostolico) e ci teneva che la sua squadra vincesse; partecipava anche a qualche passeggiata come buon camminatore.
Distinto di modi, prestante nella persona, risoluto e lineare nell'agire, « diede a tutte le sue opere un carattere di distinzione e di superiorità, rifuggendo istintivamente dal mediocre ». Costituitosi il Collegio Teologico Piacentino, scherzosamente ne venne definito il «doctor magnificus». E dignitosi, ordinati, perfetti voleva anche i suoi giovani o, come diceva lui, i suoi figliuoli ». Ma non tollerava la finzione.«Il Superiore, diceva, non è un cacciatore e nemmeno un carabiniere: è sulla base della vostra coscienza che voi dovete agire per essere veri uomini».. La perfezione la voleva soprattutto nelle celebrazioni liturgiche: nelle cerimonie, nel canto. Della parrocchia di S. Lazzaro cercò di fare la parrocchia modello.
Era educatore senza darsene l'aria. Dava suggerimenti pratici e arditi; seguiva i giovani ovunque, li incoraggiava, li invitava a se. Il temperamento dell'uomo di governo non gl'impediva la tenerezza e la spontaneità del sentimento paterno. La sua personalità veniva così colorita di un alto prestigio che assicurava il successo dei suoi indirizzi.
Gli ex-alunni potevano accedere a lui facilmente, sicuri di trovare in lui la stessa bontà paterna di quando erano collegiali. A lui tornavano i suoi « figliuoli » per avere consigli pratici in casi difficili da risolvere, per avere una parola di conforto in qualche insuccesso, o per farlo partecipe di consolazioni ottenute. E quando venivano in Collegio, li tratteneva a pranzo perchè si sentissero ancora in qualche modo del Collegio e perchè respirassero ancora qualche momento nell'atmosfera di pace alberoniana, perchè sapessero che il Superiore del Collegio voleva ancora bene loro, e li seguiva anche di lontano. E che li seguisse i suoi «figliuoli» anche di lontano, lo testimoniano le sue lettere che giunsero loro da Roma, da Teheran, da Istanbul, da Beyruth in quella sua bella calligrafia, rotonda come la sua voce, chiara, limpida come il suo animo.
I giovani li spingeva con la parola e con l'esempio. La sua vita spirituale era molto più alta di quanto potesse apparire a prima vista.
La sua fiducia illimitata nella Provvidenza, la sua devozione al S. Cuore di Gesù (istituì in Collegio le Guardie d'onore e Lui stesso ne fece parte), la sua vita eucaristica, la devozione alla Madonna (ad esempio la meditazione del sabato e la S. Messa in suo onore) le manifestò in tante occasioni e in grado non comune. Quando la sera tardi il Collegio era immerso nell'oscurità, egli era ancora al tavolino. Prima o dopo mezzanotte, ultimata tutta la corrispondenza giornaliera - perché altra ne avrebbe avuta l'indomani -prima di prendersi il meritato riposo, passava ai coretti della Chiesa a salutare il Signore.
Gli alunni li incitava anche al lavoro, lui che era instancabile lavoratore. Li stimolava all'apostolato, cioè alla generosità, al sacrificio; li stimolava alla vera carità nello spirito di San Vincenzo, all'amore alla Chiesa. lui che era orgoglioso di sentirsi servitore della Chiesa.
Non fa quindi meraviglia che il Rev.mo Abate Schuster, Visitatore Apostolico del Collegio nel 1926, facesse a Roma una lusinghiera relazione, e che dopo averne presa visione il Cardinal Bisleti, Prefetto della Congregazione dei Seminari, potesse assicurare il Superiore che il Collegio era stato trovato «in tutte le sue parti ben ordinato», e aggiungere: (Il carattere speciale di famiglia religiosa impresso al pio Istituto avvolge il Collegio in un'atmosfera di silenzio, di raccoglimento, di pace, che tanto conferisce alla perfetta formazione degli alunni: di qui gli ottimi risultati di cui il Collegio è fecondo, di qui quel senso di vero entusiasmo col quale ne parlano gli alunni, anche molti anni dopo che sono usciti dal pio luogo ».
Il Sig. Marina, ordinato com'era, trovò tempo da dedicare anche alle Dame e Damine della Carità di Piacenza, che riscaldate dal suo calore emularono le prime Confraternite della Carità del tempo di San Vincenzo. Ogni mese si trovò in mezzo a loro peI4 la conferenza spirituale, ogni anno donò loro stampata la relazione sull'attività da loro svolta. Le Figlie della Carità di Piacenza, la domenica, alle 14, raccolte all'Ospedale, ascoltarono la sua parola sacerdotale, formativa costantemente. In Diocesi e fuori diede varie Missioni e tenne Conferenze. Egli considerò sempre la predicazione come una parte del suo abituale ministero in Collegio e fuori. E nella predicazione si elevava con mirabile arditezza di concetti e con accalorata schiettezza di sentimenti. Gran signore della parola, trattò con sommo rispetto la parola di Dio!
Come uomo di governo dovette essere anche forte, in alcune circostanze specialmente. Ma senza perdere il suo equilibrio, senza! toccare l'impulsività. Nel 1922 al Prefetto di Piacenza scrive una lettera di protesta per le violenze dei fascisti a San Lazzaro. Altra volta, nel 1926, si 'rivolge al Presidente dell'Opera Pia Alberoni in questi termini; « Dovunque vado, come professore in convegni scientifici, o come missionario nell'umile ministero della parola al popolo, intendo portare il decoro della carica che rivesto. Dal giorno che sono stato inviato qua - uguale dichiarazione potrebbero fare i miei confratelli - è stata mia norma costante offrire tutto al Collegio: la mia attività, la mia salute, e, se occorre, anche il denaro, coscienziosamente ed in francescana letizia (Un ex-alunno, oggi professionista rinomato, si riconosce debitore della sua riuscita alle 700 lire che il Superiore gli diede di suo, quando, non sentendosi chiamato allo stato ecclesiastico, decise di uscire di Collegio). Ma intendo richiamare la sua attenzione esplicitamente sull'insinuazione contenuta nelle parole bluastre del Sig e sulla scorrettezza con la quale non solo si manda ad un mio soggetto la pudica... impertinenza contro il suo superiore, ma la si destina addirittura a girare tra le mani degli impiegati della Banca... avvallata dalle firme della S. V. e del consigliere Sig... Poiché si tratta d'un impiegato alle sue dipendenze, dichiaro a Lei perché si compiaccia comunicarglielo in modo netto e reciso che da nessuno accetto lezioni di correttezza e molto meno sopporto delle insolenze. Le quali poi non sono giustificate da nessuna ragione al mondo, poiché sono sempre stato ed intendo essere cortese e compito verso tutti senz'eccezione. Questo vezzo di vilipendere i missionari deve cessare definitivamente anche se perdurano in certi strati sociali i legami di loggia e i detriti delle cosiddette convinzioni sociali-comuniste per cui, in giorno di vergogna per la nostra Patria, si osò venire a cantare nel sacro recinto del Collegio, sacro; intendo, alla scienza, al raccoglimento, alla pietà e per di più in presenza d'una donna, l'inno delle demagogie abbrutite: Bandiera rossa ».
Dove poi si rivelarono la forza e la costanza del Sig. Marina, fu specialmente nel tutelare i diritti e il patrimonio del Collegio. Verso il Natale del 1923 fu stampata la Relazione Gioia sul progetto di riforma delle Opere Pie (Avv. P. GIOIA, Contributo al Progetto di riforma delle Opere Pie che hanno la sede amministrativa in Piacenza. Piacenza. M. Casarola, 1923. e una decina di giorni dopo divenne di dominio pubblico. Il 13 gennaio 1924 il Sig. Marina, che già l'aveva studiata e postillata (Questa copia con le annotazioni del Sig. Marina è a Roma nell' Archivio Provinciale della Missione.), si affretta a dame notizia al Visitatore. « Il Collegio si trova attaccato da doppio pericolo: a) la relazione Gioia che conclude alla riduzione del patrimonio a 4/1 dell'attuale ed alla trasformazione dell'amministrazione; b) la proposta Barbiellini di conversione del patrimonio immobiliare in cartelle di Stato ». Da quel giorno comincia pel Superiore un lavoro continuo di studio, di preparazione di memoriali (per il Prefetto, per il Ministro degli Interni, per la Segreteria di Stato di S. S., ecc.), di corrispondenza, di viaggi, di consultazioni con i giuristi più eminenti, come l' Avv. Marchese Francesco Pacelli, di ricorsi anche al Consiglio di Stato contro il Ministro degli Interni, on. Mussolini, lavoro che, col valido e premuroso interessamento sollecitato dal Conservato:re del Collegio, di S. E. Mons. Menzani Vescovo di Piacenza, di S. E. Mons. Borgoncini Duca Nunzio Apostolico d'Italia, di S. E. il Card. Bisleti Prefetto dei Seminari, di S. E. il Card. Pacelli Segretario di Stato di S. S., e personalmente di S. Santità Pio XI, portò felicemente, dopo circa 11 anni di lotte, al nuovo Statuto Organico dell'Opera Pia Alberoni in S. Lazzaro (Piacenza), approvato con R. Decreto dell'Il aprile 1935 dal Re Vittorio Emanuele III, e all'ammissione triennale degli alunni in Collegio. Era il coronamento della tenacia e dell'opera intelligente del Sig. Marina, divenuto Visitatore della Missione per la Provincia di Roma dal 1932.
In base al nuovo Statuto il Sig. Marina, quale Visitatore della Missione, entrò a far parte, con un altro missionario, del Consiglio Amministrativo dell'Opera Pia Alberoni. Giorno memorabile quello della la seduta della nuova Amministrazione, che per desiderio del Presidente, Sig. Conte Giuseppe Salvatore Manfredi, si aprì con la preghiera « Veni, Sancte Spiritus» recitata dal Sig. Marina.
Quando nel 1933 il Sig. Marina dovette lasciare definitivamente il Collegio, passò l'ultimo giorno a Veano (28 agosto) sereno e paterno in mezzo agli alunni; poi partì all'insaputa di tutti, lasciando un'affettuosa lettera di commiato.

Eletto Visitatore della Missione nel 1932, allargò il suo campo di lavoro. La magnifica Casa Pia S. Vincenzo di Siena, la sua creatura prediletta e il suo monumento più bello, rappresenta la genialità organizzativa del Sig. Marina (fu costruita in due anni) e la somma ingente di sacrifici che egli seppe raccogliere dalle Case della Provincia
Romana e da una folla di Benefattori e Benefattrici. « I giovani sono le speranze della Comunità » soleva dire. Per i giovani, Seminaristi e Studenti, ideò e costruì quella Casa, che volle bella, ampia, piena di luce, fuori di Porta Romana sull'antica villa del Pavone.
Le Dame della Carità di Roma conobbero da vicino e più spesso la sua carità vincenziana. Il Congresso Nazionale del 1932 diede alle Dame della Carità d'Italia il loro Statuto unitario e fece conoscere lo spirito dinamico e organizzativo del Sig. Marina che diveniva il loro primo Direttore Nazionale. Le Damine della Carità lo ebbero animatore sapiente e, in varie Città, fondatore. E oltre quel lavoro, egli attese ancora alla direzione delle Figlie della Carità e delle Figlie di Maria di Roma, alla direzione spirituale di tante anime e di tanti sacerdoti che ricorrevano a lui e che continuò ad assistere con il consiglio."

DELEGATO E NUNZIO APOSTOLICO

Mons. Alcide Marina Arcivescovo il giorno dell'ordinazione  episcopale in S. Pietro conferita dal Card Eugenio Pacelli  Segretario di Stato -  (25/5/1936)
Mons. Alcide Marina Arcivescovo il giorno dell'ordinazione
episcopale in S. Pietro conferita dal Card Eugenio Pacelli
Segretario di Stato -  (25/5/1936)

Nominato Delegato Apostolico dell'Iran e consacrato nella Basilica di San Pietro il 24.5.1936 Arcivescovo Titolare di Eliopoli di Fenicia dal S. Padre Pio XII, allora Cardinal Segretario di Stato, prima di partire benedisse e inaugurò la Casa Pia S. Vincenzo di Siena. E pure al servizio della S. Sede, non dimenticò la sua Comunità, nè il Collegio Alberoni. La Persia, dal 1936 al 1945, e la Turchia poi, fino al 1947, conobbero le doti eccezionali direttive e organizzative di Mons. Marina Delegato Apostolico.

Il Libano, il paese del credo biblico, lo ebbe, dopo Teheran e Istanbul, Primo Nunzio Apostolico, primo non solo gerarchicamente, ma anche per valore, perchè « Mons. Marina diede alla giovane nunziatura di Beyruth il rilievo e l'importanza delle maggiori Nunziature ». Egli comprese, amò e servì mirabilmente l'Oriente.
Lo amò senza debolezze: « In lui il rigore delle giuste decisioni non fu mai turbato da sentimentalismi, facili in un paese così affascinano te », dissero gli Orientali. Mons. Marina conservò tutto il suo temperamento, che non conosceva le mezze misure, anche in Oriente. Non abbandonò mai l'atteggiamento degli uomini di grande responsabilità e di grande dirittura:per questo fu e sarà ancora per molto tempo rimpianto. Il giorno dei morti del 1950 il Ministro del Libano presso la S. Sede mi faceva chiedere a Roma l'ubicazione della tomba di Monsignor Marina per deporvi dei fiori in nome del Presidente della Repubblica Libanese. Era un simbolo della riconoscenza del popolo del Libano che aveva guardato - tutti, anche i non cattolici, anche i mussulmani - con fiducia alla Nunziatura di Beyruth quando a capo di essa vi era Mons. Marina.

Mons. Alcide Marina Delegato Apostolico con il  segretario Mons. S. Oddi
Mons. Alcide Marina
Delegato Apostolico con il
segretario Mons. S. Oddi

Mons. Marina fu una personalità di gran classe, uno di coloro che superano le nazionalità e le razze, un grande lavoratore e un generoso apostolo. Roma gli aveva affidata una missione: la Provvidenza Divina dispose che a Roma tornasse quasi per renderne conto a Colui che gliel'aveva affidata. Roma, il 17 settembre 1950, raccolse l'ultimo respiro di S. E. Mons. Alcide.G. Marina, la tomba dei Preti della Missione - pochi giorni dopo - la sua Salma venerata. Alla Chiesa aveva donato tutta la sua attività, la sua salute: ai Poveri lasciava i suoi indumenti, alla Casa Pia di Siena la sua Croce pettorale, al Collegio Alberoni la sua Biblioteca, a quanti lo conobbero il suo ricordo soave, il suo esempio di servo fedele di Cristo, di figlio genuino di S. Vincenzo.
Crescete, piccoli cedri del Libano, portati da Lui nel suo ultimo viaggio dall'Oriente e piantati a Veano, nel parco del Collegio, crescete e cantate a Lui, nei secoli di vostra vita, la riconoscenza dei suoi figliuoli», di tutta la Famiglia Alberoniana.

(Giovanni Felice Rossi C.M. 1951)

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