• Ultima modifica: Giovedì 08 Febbraio 2018, 09:48:59.
 P. G.B. Tornatore, C.M.

Giovanni Battista Tornatore nacque a Dolceacqua (Imperia) il giorno 11 aprile 1820; a 16 anni entrò tra i Preti della Missione di San Vincenzo de Paoli, dove emise i Voti nel 1838 e fu ordinato sacerdote nel 1844.
Dal 1852 il celebre Collegio Alberoni di Piacenza lo ebbe profondo studioso, rinomato professore di teologia e fervente religioso la cui azione di illuminato direttore spirituale si estendeva all'intera città, fino al 1895, anno in cui santamente vi morì il 31 gennaio.
Cofondatore assieme alla Beata Rosa Gattorno delle Figlie di S. Anna, P. Giovanni Battista Tornatore è da queste tenuto in conto di vero padre, per il quale la loro Famiglia religiosa fu oggetto di preziosa cura spirituale durante tutta la sua vita.
La fama di santità che lo circondava sulla terra è ancora viva tra i Padri della Missione e tra le Figlie di S. Anna, che nella loro Casa Madre in Piacenza ne conservano devotamente, dal 1981, i resti mortali.

P. Giovanni Battista Tornatore fu ricco di alto e penetrante ingegno, si dedicò inizialmente all'insegnamento della Matematica e Filosofia a Montecitorio, prima casa italiana dei missionari in Roma, in seguito venne ad occupare la cattedra di Teologia nel Collegio Alberoni di Piacenza.
Dietro consiglio ed espressa volontà del Vescovo Ranza mise in luce un'opera, il cui titolo era: «Commento dell' Angelico Dottore S. Tommaso d’Aquino de' Predicatori, alle due Decretali d'Innocenzo III» nella quale con fine sottigliezza espone gli altissimi concetti dell' Aquinate intorno al mistero della SS. Trinità. Stava per accingersi a fare altrettanto relativamente al mistero dell'Incarnazione, ma occupato in altri lavori non di indole scientifica, gli riuscì impossibile ultimare l'ampio suo disegno. Coadiuvò peraltro con altri due Confratelli alla nativa rivista «Divus Thomas» tanto da essere annoverato tra i Fondatori.

La virtù poi in lui assunse un carattere più spiccato ancora che negli altri, tanto da essere chiamato da tutti «Il Santo» - E dei Santi aveva la fisionomia morale, ed alcuni doni ad essi generalmente riservati, fra cui quello della scrutazione dei cuori. Ebbe relazioni con santi uomini. Fu Confessore del Ven. Bernardo Maria Clausi, dei Minimi, e a lui si devono le difficoltà superate in occasione della causa di Beatificazione.

Il Tornatore fu uomo di alta contemplazione, passava lunghe ore del giorno e della notte davanti al SS. Sacramento: questa fu la devozione più caratteristica, alla quale seguiva quella alla SS. Vergine, ed alla Madre sua, sotto i cui auspici pose insieme alla Beata Rosa Gattorno la Congregazione delle « Figlie di S. Anna » come anche nella sua origine fu lui che a mezzo del Conte Caracciolo diede rigoglio di vita per la parte finanziaria.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita in una più profonda e pressoché non interrotta preghiera. La sua morte, che fu la morte dei giusti, avveniva al Collegio Alberoni di Piacenza il 31 Gennaio 1895 all’ età di 75 anni.


LA BEATA ROSA GATTORNO E

IL P. GIOVANNI BATTISTA TORNATORE, C.M.

di  Luigi Mezzadri, C.M.

[accordion_item  title='Introduzione']

La beata Rosa Gattorno e il padre Giovanni Battista Tornatore[1]

La santità ha due volti: quello edulcorato di circostanza, che nasce dalla necessità di trasmettere un messaggio di mitezza e di perfezione, e quello più vero, magari un po’ amaro, che viene dalla storia.

Il primo è quello più semplice da tratteggiare. In fondo è già stato abbondantemente raccontato dalla “vite dei santi”[2]. I santi – secondo le biografie di repertorio - nascono già fra i prodigi, manifestano fin dall’infanzia virtù incredibili, e procedono, senza smagliature, lungo i sentieri della vita. Hanno prove, non peccati, hanno luci, mai tenebre, subiscono persecuzioni, mai perseguitano, sono vittime, mai aguzzini. Con persone simili verrebbe voglia di ripetere la frase graffiante di Georges Bernanos: «Dio ci preservi dai santi». Se poi si applica alla virtù la definizione di Ugo Foscolo, allora c’è da tremare: «Noi chiamiamo pomposamente virtù tutte quelle azioni che giovano alla sicurezza di chi comanda e alla paura di chi serve». 

Se noi invece cerchiamo il volto vero di un santo, forse incontriamo persone che hanno  momenti di buio, notti oscure, lotte, ricerche, errori. Sono i “santi come uomini”, descritti nella loro umanità, non costretti alla fatica di essere sempre modello, protagonisti con i loro pochi stracci della grande recita drammatica della vita umana. D’Annunzio pensava alla vita come ad un’opera d’arte. Ma più verosimilmente Eugenio Montale, negli Ossi di seppia, ha paragonato la vita a un seguire «una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia». Possibile che proprio i santi non si feriscano mai?

Il tema pone a confronto la fondatrice e il confondatore delle Figlie di s. Anna. Fra essi si ebbero alcuni problemi, che sono stati illustrati dai biografi, con esiti diseguali, e che il processo di canonizzazione dovette risolvere[3].

L’ottica del processo di canonizzazione è nota. Finora si erano privilegiate le figure dei fondatori e fondatrici di ordini e congregazioni religiose. Fra le cause del catalogo della Congregazione dei santi del 1975, i fondatori e fondatrici costituiscono un quarto del totale, cioè 335 cause. 

A noi non interessa tanto l’esemplarità della fondatrice e del fondatore; non ci preme nemmeno giudicare sulle ragioni delle difficoltà che sono intercorse fra la Gattorno e le sue più immediate collaboratrici e il Tornatore.

Riteniamo, invece, più utile inquadrare il problema all’interno del dibattito sulla storia delle donne e su quella dell’esplosione della vita religiosa femminile nell’ottocento.


[1]  (P. Luigi MEZZADRI, C.M. (Autore del presente lavoro) Ringrazio sr. Roberta Frati per la generosa comunicazione di documenti e notizie. A lei mi riconosco debitore e grazie a lei ho potuto consultare gli Archivi delle Figlie di S. Anna (AFSA). In esso sono raccolti documenti provenienti anche da altri archivi, come quello del S. Uffizio (oggi Congregazione per la dottrina della fede) e della Congregazione dei religiosi. I documenti che ci riguardano sono nell’Armadio A: 0: Tornatore, Autografi e vita; 1: Tornatore, Autografi e lettere; 2: Tornatore, Autografi e lettere; 3: Tornatore, Lettere ricevute; 4: Gattorno, Documenti personali; 158: Tornatore, Autografi e lettere; 159: Tornatore, traslazione; 160: regole stampate.  Materiale importante si trova presso l’Archivio Alberoni di Piacenza e quello del Collegio Leoniano di Roma.

[2] H. Delehaye, Les passions des martyrs et les genres littéraires,  Bruxelles 1959; Id.,  Sanctus. Essai sur  les cultes des saints dans l’antiquité, Bruxelles  1970 (cito le edizioni più recenti); G. Fragnito,  Memoria individuale e costruzione biografica, Beccadelli, Della Casa, Vettori alle origini  di un mito, Urbino 1978; A. Vauchez, La Sainteté en Occident aux derniers siècles de Moyen Âge, Roma 1981; AA. VV.,   Histoire et sainteté, Angers 1982; DIP 8(1988)855-890.

[3] Congregatio de Causis Sanctorum,  Romana canonizationis … Annae Rosae Gattorno…Positio super virtutibus, Romae 1991.


[/accordion_item] [accordion_item title='1. La storia delle donne: una nuova frontiera']

La storia delle donne costituisce oggi una delle sfide più interessanti della storiografia moderna[1]. Essa nasce dalla consapevolezza che le fonti sono state scritte da uomini, poiché poche donne nel passato sapevano o potevano scrivere, trasmesse da uomini, che hanno fatto una cernita su ciò che è rilevante da un punto di vista esclusivamente maschile, in un’ottica che studiose di storia delle donne giudicano maschilista, perché le racchiude in stereotipi, legge in modo tendenzioso e edulcorato. Scrive in proposito Adriana Valerio che gli uomini, leggendo la storia con ottica maschile ed elitaria, hanno 

«privilegiato per lo più gli avvenimenti politici, i grandi personaggi, i vincitori del momento, le autorità, le istituzioni, tralasciando gli aspetti della vita quotidiana, le esperienze delle persone ‘comuni’, dei marginali, delle donne. L’ottica limitante che ne è derivata si è avvalsa tanto di una tecnica storiografica basata su una memoria selezionatrice, quanto di un modo comunque parziale, perché inadeguato, di interrogare la storia»[2].

Si è cercato di manipolare la memoria considerando l’apporto femminile di poco valore. Una simile sensazione è presente anche in alcune protagoniste del passato, come dimostra questo brano di s. Teresa d’Avila:

«Signore dell'anima mia, tu, quando peregrinavi quaggiù sulla terra, non aborristi le donne, ma anzi le favoristi sempre con molta benevolenza e trovasti in loro tanto amore e persino maggior fede che negli uomini (...). Nel mondo le onoravi. Ci sembra quindi impossibile che non riusciamo a far alcunché di valido per te in pubblico, che non osiamo dire apertamente alcune verità che piangiamo in segreto, che tu non debba esaudirci quando ti rivolgiamo una richiesta così giusta? Io non lo credo, Signore, perché faccio affidamento sulla tua bontà e giustizia. So che sei un giudice giusto e non fai come i giudici del mondo, i quali, essendo figli di Adamo e in definitiva tutti uomini, non esiste virtù di donna che non ritengano sospetta; o mio Re, dovrà pur venire il giorno in cui tutti si conoscano per quel che valgono (...). Vedo profilarsi dei tempi in cui non c’è più ragione di sottovalutare animi virtuosi e forti, per il solo fatto che appartengono a delle donne »[3].

Il secondo fattore rilevante è quello della grande esplosione della vita religiosa femminile nell’Ottocento. Le Figlie di s. Anna sono nate ufficialmente nel 1866, in un periodo in cui le congregazioni femminili di servizio fiorivano in modo straordinario, tanto da far pensare a una “femminilizzazione” della vita della Chiesa. È comunque un dato incontrovertibile il numero di 185 istituti femminili nati nel XIX secolo[4].

Giustamente si è messo in luce il fatto che il successo delle congregazioni, in numero di membri e in importanza[5], fosse dovuto anche al fatto che esse costituivano delle inedite occasioni di promozione e di autonomia per la donna. Le suore infatti imparavano una professione, come quelle di insegnante o infermiera, viaggiavano, potevano “fare carriera” e diventare delle vere imprenditrici. Le prime donne-manager furono le suore. Sempre secondo le osservazioni della stessa studiosa, si deve osservare che le comunità nascenti non avevano capitali, ma dovevano la loro fortuna solo al lavoro delle suore. Nelle biografie devote si parla d’interventi continui della Provvidenza. Ma in realtà erano le suore stesse la provvidenza. "Cuore a Dio, mani al lavoro", era il motto della ligure Maria Giuseppa Rossello, fondatrice nel 1837 della congregazione  delle Figlie di Nostra Signora della Misericordia.

Basandosi magari su un capitale esiguo, dovuto all’elargizione di un benefattore, esse ricorrevano al prestito, sicure certo dell’aiuto di Dio, ma anche dell’aiuto che rappresentava il lavoro delle suore. Pertanto appena riuscivano a risparmiare qualcosa, ecco che lo reinvestivano nell’opera, costruendo nuove aule o allungando le corsie dell’ospedale, per cui ben presto le opere diventavano autonome.

«Per le fondatrici, si è osservato, il lavoro che esercitavano le suore costituiva non solo la base per l'accumulazione di un capitale, ma anche la conquista della stima della comunità, che si traduceva in vantaggio per la questua e, al tempo stesso, una via di promozione sociale, dinamica che è divenuta più evidente soprattutto nella seconda metà del secolo.  Per una donna di bassa condizione sociale, entrare in una congregazione significava un vero e proprio investimento culturale e sociale.  Come minimo, le suore imparavano a fare le infermiere o le maestre, come massimo - le Marcelline di Maria Videmari - arrivavano alla laurea. Le prime donne laureate all'Università di Genova erano religiose, e altrettanto, qualche anno dopo, accadde all'università di Catania»[6].

Non vorrei che si dimenticasse, che questo nuovo modello femminile di donna imprenditrice è nuovo per la chiesa, ma anche per la società civile, che riconobbe alla donna la capacità di gestire in modo autonomo le proprie risorse solo nel codice del 1919. È  comprensibile pertanto il rimprovero della madre Cabrini a una superiora che lamentava il troppo lavoro: 

«senza industriarsi non si giunge mai a nulla. Cosa non fanno i businessmen nel mondo degli affari? e perché non facciamo almeno noi altrettanto per gli interessi del nostro diletto Gesù? Son pur questi i talenti consegnatici da far fruttificare, che dunque?»[7]


[1]  G. Zarri, La memoria di lei. Storia delle donne, storia di genere, Torino 1996. Sulla storia delle donne nell’ambito della storia religiosa: G. Pozzi-C. Leonardi, Scrittrici mistiche italiane, Genova 1988; G. Zarri, Le sante vive. Cultura e religiosità femminile nella prima età moderna, Torino1990; L. Scaraffia, La santa degli impossibili. Vicende e significati della devozione a santa Rita, Torino1990;  Finzione e santità tra medioevo ed età moderna, a cura di G.  Zarri, Torino1991; R. H. Bainton, Donne della Riforma in Germania, in Italia e in Francia. Torino, 1992; A. Valerio, Domenica da Paradiso. Profezia e politica in una mistica del rinascimento, Spoleto 1992; K. E. Boerresen, Le madri della Chiesa. Il Medioevo, Napoli 1993; Donne e fede, a cura di L. Scaraffia  e G. Zarri, Roma-Bari 1994; Modelli di santità e modelli di comportamento, a cura di G. Barone, M. Caffiero, F. Scorza Barcellona, Torino 1994; Donna potere e profezia, a cura di A. Valerio, Napoli, 1995; O. Hufton, Destini femminili. Storia delle donne in Europa 1500-1800, Milano 1996. Aggiungo alcuni medaglioni che abbracciano l’arco storico: C. Militello, Il volto femminile della storia, Casale Monferrato 1995; Donna, disciplina, creanza cristiana dal XV al XVII secolo. Studi e testi a stampa, a cura di G. Zarri, Roma 1996; Il monachesimo femminile dall’alto medioevo al secolo XVII. A confronto con l’oggi, a cura di G. Zarri, Negarine di san Pietro in Cariano (Verona) 1997; G. Zarri,  Recinti. Donne, clausura e matrimonio nella prima età moderna, Bologna 2000.

[2]  A. Valerio, Cristianesimo al femminile. Donne protagoniste nella storia della Chiesa, Napoli, 22.

[3]  Teresa di Gesù, Cammino di perfezione, IV, 1.

[4]  G. C. Rocca, Le nuove fondazioni religiose femminili in Italia dal 1800 al 1860, in AA. VV., Problemi di storia della Chiesa. Dalla Restaurazione all’unità d’Italia, Napoli 1985, 107-192; id., Riorganizzazione e sviluppo degli Istituti Religiosi in Italia dalla soppressione del 1866 a Pio XII (1939-1958), in AA. VV., Problemi di storia della Chiesa. Dal Vaticano I al Vaticano II, Roma, 1988, 239-294; Id.,  Donne religiose. Contributo a una storia della condizione femminile in Italia nei secoli XIX-XX, Roma 1993.

[5] Le stesse Figlie di S. Anna alla morte della madre erano 4000, sparse in 368 case disperse in diversi continenti.

[6]  L. Scaraffia, La capacità imprenditoriale come vocazione: le fondatrici di congregazioni femminili nell'800, in Carità e Missione, in corso. Si veda inoltre: L. Scaraffia  Dal 1850 alla Mulieris Dignitatem, in Donne e fede, a cura di L. Scaraffia-G. Zarri, Roma-Bari 1994; M. Novak,  L'etica cattolica e lo spirito del capitalismo, Milano 1994; L. Scaraffia, Fondatrici/imprenditrici, in Santi, culti, simboli, a cura di  E. Fattorini, Torino 1997; id. Brigida Postorino, una storia di emancipazione femminile in Calabria, in Madre Brigida Postorino e le Figlie di Maria Immacolata di Catona (1898-1998), a cura di P. Borzomati,  Catania 1998; M. Novak, L'impresa come vocazione, Catania 2000.

[7] Alla morte nella congregazione c’erano 1500 suore in 67 istituti, sparse in diversi paesi del mondo.


[/accordion_item] [accordion_item title='2. Vite a confronto']

I rapporti fra la madre Gattorno e il padre Tornatore vanno inquadrati nella problematica del rapporto del carisma di fondazione, dei fondatori e delle origini, in questi anni particolarmente dibattuti[1].

Rosa Gattorno (1831-1900)[2] era ligure come il padre Giovanni Battista Tornatore (1820-1895)[3]. L’una era nata a Genova, il padre a Dolceacqua (Imperia). La Gattorno era di famiglia nobile, e Tornatore apparteneva ad una famiglia benestante. Nel 1852 mentre Tornatore era destinato a Piacenza, la beata si sposava con Gerolamo Custo, che l’avrebbe lasciata vedova nel 1858. Il confondatore era un uomo dal pensiero robusto, formato nella duplice tradizione tomistica e vincenziana. La beata aveva la cultura delle ragazze di buona famiglia. La spiritualità dei due era simile per una ricerca di segni straordinari. In una lettera del 1866 Tornatore ricorda un sogno[4]. Ma anche l’esperienza di madre Gattorno è costellata di una robusta presenza del soprannaturale.

L’incontro fra i due avvenne nel 1866, ma qualcosa si era preparato nel cuore del Tornatore fin dagli anni romani, quando il ven. Bernardo M. Clausi (+1849), di cui il Tornatore era stato confessore, gli aveva suggerito di fondare una congregazione femminile di Figlie di s. Anna.

Il progetto iniziale della beata era stato di un istituto chiamato delle “Figlie di Maria Immacolata, Minime di san Francesco d’Assisi”. Sarebbe stata l’Immacolata, secondo la Gattono, ad assegnarle il titolo di Figlie di s. Anna[5].

Il padre Tornatore racconta l’incontro in questi termini:

«Sul principio che la Madre venne a Piacenza per fondare l’Istituto, venne con alcune figlie e si chiamavano Figlie di Maria Immacolata ed erano dirette da un certo Prete che si chiamava Don Luigi Cogrossi. Sapendo che la Madre e queste sue figlie erano povere io le portai una limosina di cento lire, se ben ricordo la somma. La madre appena mi vide mi si affezionò in nodo che è impossibile che te lo possa descrivere: subito si mise sotto la mia direzione. Allora io le feci conoscere che il mio Servo di Dio[6]  a me da più anni aveva ispirato a fondare un Istituto di Figlie di S. Anna e perciò se essa voleva essere da me diretta era bene che le figlie invece di chiamarsi Figlie di Maria, si chiamassero Figlie di S. Anna Madre di Maria Immacolata. Il Signore per far conoscere alla Madre che questa era la volontà sua, fece sì che la S. Madre S. Anna e il suo fedele Servo il Vene­rabile Padre Bernardo apparissero alla Madre e le facessero conoscere che era in piacer di Dio che l’Istituto fosse Istituto delle Figlie di S. Anna. In questa occasione il Venerabile teneva in mano il libro delle Regole e disse alla Madre che quel libro lo tenevo io  e che se lo facesse dare da me»[7].

All’inizio i rapporti erano improntati da una stima profonda, ma nulla più, poiché la Gattorno era sotto la direzione spirituale di don Luigi Cogrossi, sacerdote della diocesi di Cremona[8]. Nel 1867 la madre allontanò il Cogrossi e cominciò la feconda collaborazione con Tornatore. Essa lo salutò come “Padre”, anzi come “Primo Padre”[9], come “Fondatore”[10], chiese al Superiore Generale della Congregazione della Missione che fosse liberato dall’obbedienza per collaborare dell’istituto[11], accettò un fatto molto importante, come quello di cambiamento di nome e lo incaricò di scrivere le Costituzioni.


[1]  AA.VV., Carisma e istituzione. Lo Spirito interroga i religiosi, Roma 1983; AA.VV., Charisma, in Theologische Realenzyklopädie 7(1981) 681-698; AA.VV., Il carisma della vita religiosa dono dello Spirito alla Chiesa per il mondo, Milano 1981; AA. VV.,  Fondatore, in Dizionario degli Istituti di Perfezione 4(1977)96-108; M. A. Asiain, Fundador y carisma, in Analecta Calasanctiana 25(1983) 15-35; E. Ciardi, I fondatori uomini dello Spirito. Per una teologia del carisma di fondatore, Roma 1982; id., Indicazioni metodologiche per l’erme­neutica del carisma del fondatore, in Claretianum 30(1990) 5-47; id.,  La riscoperta del carisma dell’istituto, in AA. VV., La vita consacrata. Un carisma da riscoprire nella Chiesa comunione-missione, a cura di C. Squa­rise, Padova 1994, 175-204; J. FAMREE, Le charisme de fondateur, Roma 1966; J. C. FUTRELL, Discovering the Founder’s Charism, in The Way, Suppl. 14 (1971) 62-70; L. GEROSA,  Carisma e diritto nella Chiesa. Riflessioni canonistiche sul “carisma originario” dei nuovi movimenti ecclesiali, Milano 1989; id., Carismi e movimenti ecclesiali: una sfida per la canonistica postconciliare, in Periodica de re canonica 82 (1993) 411-430; id.,  Carismi e movimenti nella Chiesa oggi. Riflessioni canonistiche alla chiusura del Sinodo dei Vescovi sui laici, in Jus canonicum 28 (1988) 655-680; G. GHIRLANDA, Carisma di un istituto e sua tutela, in Vita consacrata 28 (1992) 465-477, 554-562; S. GONZÀLEZ SILVA, Carisma de los fundadores: Una experiencia del Espiritu, in AA.VV., En el aprieto me diste anchura. ¿Còmo regenerar y adiestrar la vida consagrada para el pròximo futuro?, Madrid 1992, 297-332; T. GRZESZCZYK, Il carisma dei fondatori, Roma 1974; A. HERZIG, «Ordens-Christen». Theologie des Ordenslebens in der Zeit nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil, Würzburg 1991; L. LABONTÉ,  Charisme du fondateur et “souci pri­mordial” d’un institut, in L’esprit des fondateurs et notre renouveau religieux, Ottawa 1976, 373-398;  J. M. LOZANO, El fundador y su familia religiosa. Inspiración y carisma, Madrid, 1978; M. OLPHE-GALLIARD, Le charisme des fondateurs religieux, in  Vie consacrée 39 (1967) 338-352; A. PARENTEAU, Charisme des fondateurs et chari­sme de l’institut, in La vie des communautés reli­gieuses 36 (1976) 270-276; P.-R. Régamey, Carismi, in Dizionario degli Istituti di Perfezione, 2(1975) 299-315; G. C. Rocca,  Il carisma del fondatore, Milano 1998; A. ROMANO,  Carisma, in Dizionario enciclopedico di spiritualità, a cura di E. Ancilli, 1(1990) 422-430; id., I fondatori profezia dello spirito. La figura e il carisma dei fondatori nella riflessione teolo­gica contemporanea, Milano 1989; id., Vivere il carisma dei fondatori, in Quaderni di diritto ecclesiale 3 (1990) 264-272; M. RUIZ JURADO, Vita consacrata e carismi dei fondatori, in  Vaticano II. Bilancio e prospettive venticinque anni dopo (1962-1987), II, a cura di R. Latourelle, Assisi 1988, 1063-1083; L. SART0RI, Carismi, in  Nuovo Dizionario di Teologia, a cura di  G. Barbaglio-S.   Dianich, Cinisello Balsamo 1988, 79-98; J. M.R. TILLARD, Le dynamisme des fondations, in Vocation n. 295 (1981) 18-33 ; E. VIENS, Charisme et vie consacrée, Roma 1983.

[2] Gli scritti pubblicati sono le Lettere, a cura di  M. Convertini, 3 vol., Roma 1990-92 e i  Travagli e conforti dell’anima nel cammino della perfezione. Una fondatrice racconta la sua esperienza di fede in un bel poema simbolico, a cura di L. Iriarte, Roma 1992; Memorie. Diario intimo delle esperienze mistiche, trascritto da E. Degetto, introduzione e note di  L. Iriarte, Roma 1996. Biografie: R. FIAMMINGO,  Rosa Gattorno fondatrice delle Figlie di S. Anna, Grottaferrata 1930; A. M. FIOCCHI, La Serva di Dio Rosa Gattorno, 2 vol., Roma 1937-1941; nuova edizione rivista a cura di E. Degetto, Roma 1996; I.  FRANCIOSA, Il profumo di una rosa, Napoli 1968; G. BARRA, Non amò per scherzo. Madre Rosa Gattorno, Torino 1968; sec. ed. riveduta da F. Molinari, (Torino) 1981; M. E. CONVERTINI, Rosa Gattorno una madre, Roma (1987); L. IRIARTE, Fisionomia spirituale di Rosa Gattorno, Roma 1989; Il dono di Dio a Rosa Gattorno, Roma 1994; M. Cafiero, s.v., in Dizionario biografico degli italiani 52(1999)666-668.

[3]  G. Tononi, Biografia del Prof. G. B. Tornatore Sac. della Missione, 1820-1895, Piacenza 1895; A. Barberis,  De operibus ideologicis Professoris J. B. Tornatore, in Divus Thomas 4(1896)314-316; 329-340; 374-383; 531-544; 561-573; R. Frati, G. B. Tornatore alle origini dell’Istituto FSA. Una lettura dei documenti d’archivio, in Virga Jesse 6(1988)16-21; 1(1989)18-25;  A. Lipari,  Un’esemplarità di vita. Padre G. B. Tornatore, Roma 1995; R. Frati, s.v., in DIP 9(1997)1259-60.

[4]  R. Frati, G. B. Tornatore, 17.

[5] Positio super virtutibus, Romae 1991, 725s.

[6] Il ven.  Bernardo Maria Clausi.

[7] Positio super virtutibus, Romae 1991, 802-803.

[8] Positio super virtutibus, Romae 1991, 738-741.

[9]  R. Frati, G. B. Tornatore, 17.

[10] Positio super virtutibus, Romae 1991, 805.

[11] Si veda la risposta di S. Stella, Bruxelles 13 febbraio 1871: AFSA, A.1.10; Positio  super virtutibus, Romae 1991, 804s.


[/accordion_item] [accordion_item title='3. Il “Processo”']

Il 31 marzo 1869 si ebbe l’episodio che va sotto il nome di “processo”. Ci fu nella casa madre una congiura contro la fondatrice. La regia fu nelle mani della superiora, suor Maria Luigia Camisa, una delle prime cinque compagne, che per motivi non chiari, cercò dimettere in pessima luce la fondatrice.

I fatti sono noti dalle Memorie della beata[1]. Essa racconta che mentre si trovava nella fondazione di Sampierdarena, le fu ingiunto di ritornare immediatamente a Piacenza. Avvertì un clima teso, ma non trovò il padre Tornatore, che anzi si fece desiderare:

«Alla fine, dopo averlo fatto chiamare tante volte, il Sig. Tornatore mi fece dire che verrà alla sera, ma non salirà (in casa) solo in parlatorio mi avrebbe parlato. Difatti venne e mi tolse il permesso di fare la S. Comunione e mi disse una piccola porzione delle accuse che avevano fatte e fabbricate […]. Mi portai in Chiesa, all’indomani, e venne il momento della S. Comunione. Il vedere partire quella col delitto addosso a fare la S. Comunione ed io... Mi prese un forte tremito e dovetti uscire di Chiesa […]. Alle 9 incominciò il verbale. Inginocchiato sul confessionale, il Sig. T. incominciò una... e poi lesse un verbale che durò nientemeno che sino a mezzogiorno e poi ricominciò all’una e durò sino alle tre che finalmente terminò. Mentre leggeva io provavo una consolazione indescrivibile ma ad un certo modo che non so descrivere. Certe cose, che nemmeno sapevo che al mondo esistessero, e certe porcherie che dissero aver io dette, che il diavolo poi se ne servì per disturbarmi, perché non sapevo che cosa fossero... Oh! che pene d’inferno Dio mio! Qua fu che la cuciniera non avendomi più visto mangiare da 24 ore venne, e vedendomi sempre nel confessionale le venne il sospetto; entrò e disse che doveva parlare col Sig. T. e si mise a piangere e dire: “Io so tutto! Povera madre, la volevano cacciar via e poi disfare la casa e loro fuggire; mi volevano con loro ! Io so tutto: la Madre è innocente!”. Esce l’altra dal confessionale e corre dove stavamo il Sig. T. e io, e piangendo: “Ah, che ho fatto! La madre è innocente. È la Superiora che mi ha trascinato a scrivere!” e si getta per terra vicino a me con le braccia aperte piangendo: “Mi perdoni”. Io l’abbracciai: “Sempre ti perdono; nulla mi hai fatto”. Erano le 5 e si chiama la Superiora che freddamente come se nulla fosse, mi presentò conti da pagare (già mi aveva dato fare la S. Comunione) e per la misericordia di Dio ne avevo raccolto dei denari, ma appena mi misi a parlare diedi in pianto che fu la seconda volta in vita mia che così piansi; un forte convulso mi faceva singhiozzare sì forte che per quanto facessi non potevo frenarmi. Appena ebbi libertà d’alzarmi, fuggii in mia camera e chiusi, e piansi per ben tre ore stretta al mio caro Crocifisso. Dio mio, Amor mio, che calunnie orrende; perché le hanno fatte? Se dovessi descrivere ciò che mi sentii dire e che è passato di fatti orrendi in queste 48 ore, sarebbe cosa da non credere perché è orrendo il fatto, una bestia feroce sarebbe stata trattata meglio; sempre digiuno ebbi la forza di stare sino alle 12 all’indomani, ma alla mattina feci la S. Comunione che mi diede forza sì che posso dire essere del mio vivere perché non ero io che vivevo, ma il mio Bene che per me viveva».

Era un fatto gravissimo. La responsabilità era essenzialmente della superiora. La madre non fece nulla contro di lei. Riuscì ad evitare che la notizia si divulgasse, tant’è vero che essa non trapelò, ed è nota solo per quello che viene narrato dalle Memorie. Non prese provvedimenti disciplinari, per quanto ne avesse non solo il diritto, dal momento che la suora in questione si era macchiata del reato di calunnia. Anzi poi la promosse superiora a Cento. Tuttavia poi la suora lasciò l’istituto, in cui rimase invece la sorella, suor Francesca, morta nel 1875 in fama di santità.

Possiamo dire che anche il padre fu vittima della manovra. Tornatore tuttavia avrebbe dovuto prima verificare i fatti con la diretta interessata, e solo dopo prendere provvedimenti. Evidentemente chi aveva preparato la macchinazione era stato abile e convincente. Ma questo non basta a giustificarlo. Un dato comunque resta chiaro: Tornatore in questo episodio si dimostrò molto severo, perfino duro. Lesse alla madre le accuse, la costrinse a subire un’umiliazione molto forte, da cui la madre uscì solo per la sua virtù. Non è una buona cosa portare le persone al limite di rottura.


 [1] Memorie. Diario intimo delle esperienze mistiche, trascritto da E. Degetto, introduzione e note di L. Iriarte, Roma 1996.


[/accordion_item] [accordion_item title='4. Le Costituzioni']

Sulla preparazione di questo documento[1], si deve osservare che fino all’Ottocento, la S. Sede non interveniva che marginalmente nella redazione delle regole e costituzioni. Per esempio nel 1885 Propaganda diede alle congregazioni in via di formazione dei modelli da seguire. Il testo del Tornatore, cioè le Parole della gloriosa S. Anna[2], lodata dal Vescovo Ranza[3], presentate per l’approvazione nel 1868 e poi, a stampa, nel 1871, non piacque[4].

Il giudizio del domenicano p. Raimondo Bianchi è tipico di quei dottrinari che fecero esclamare a Benedetto XV: «timeo consequentiarios». L’esordio è devastante:

«Ho ritrovato in detto Libro, o Regole, molte proposizioni e teorie, mancanti per lo meno di esattezza Teologica, e pericolosa. Ho ritrovato, che in esso si asseriscono come certe molte cose, attenenti alla fede, le quali non hanno alcun solido fondamento o nella S. Scrittura, o nella Tradizione. Ho trovato, che la dottrina in esso contenuta, molte volte è assai pericolosa, e capace di produrre perniciosissimi effetti, avuto specialmente riguardo alle de­boli menti di donne per le quali è stato scritto. Può facilmente produrre un’esaltamento pericoloso nelle menti delle Alunne dell’Istituto, le quali potrebbero giungere al punto, seppure già non vi sono giunte, di persuadersi che tutto il contenuto nel Libro sia realmente dettato da S. Anna, che S. Anna sia realmente la loro Superiora, e quindi ricusarsi di ubbidire a qualunque altro legittimo Superiore, che credesse necessario modificarne o cambiarne le regole»[5].

Il teologo critica il fatto che Tornatore chiami S. Anna “nonna di Dio”[6] e Maria loro “sorella”. In merito a questa seconda espressione, il Bianchi commenta:

«Tutti sanno, che Maria Ssma, perché Madre di Gesù Cristo, il quale è primogenitus in multis fratribus, fu sempre invocata col titolo di Madre dei Fedeli… Nessuno l’ha mai legalmente invocata col titolo di Sorella, e la Chiesa mentre riconosce e consacra la prima espressione, non ha mai riconosciuta questa seconda».

Avesse conosciuto la lettera di s. Ambrogio ad Epitteto avrebbe potuto ricredersi, dal momento che il grande vescovo di Milano ha scritto che «Maria è nostra sorella poiché tutti abbiamo origine in Adamo»[7].

Si può discutere sullo stile. Oggi si richiede uno stile asciutto, essenziale, giuridicamente corretto, ma ricco di ispirazione biblica. Nel 1869 Tornatore aveva preferito uno stile patetico, parenetico, pieno di calore. È s. Anna che parlava, esortava, incoraggiava, rimproverava, ammoniva.

Il padre Bianchi era preoccupatissimo soprattutto della «debolezza delle donne con cui si ha da trattare». L’esperienza gli suggeriva che se le donne erano così deboli e succubi, occorreva che qualcuno le tutelasse, che un’autorità vegliasse su di loro, le facesse ragionare, e dicesse loro cosa pensare. Per questo arrivava a concludere che il testo delle costituzioni «dovesse rimettersi per un Esame più minuto alla S. Congregazione del S. Officio».

La decisione del S. Uffizio in data 25 agosto 1871 fu drastica:

«Secondo il voto del Consultore P. Bianchi i libretti delle Regole esibiti a questa Congregazione, sono di spettanza del S. Officio; giacché contengono proposizioni pericolose, innesatte in Teologia, errori dommatici, e molte cose prese da alcuni libri proibiti circa S. Anna ed un Quietismo dannosissimo e Opina perciò, doversi rimettere per un esame minuto alla Congregazione del S. Officio: e se si crederà bene, procurare al più presto per mezzo dei rispettivi Ordinarii di ritirare subito tutte le copie di detto libro: e con una Visita alle Figlie di S. Anna rimediare al male che già può essersi infiltrato e redigersi nuove Costituzioni adattate al loro scopo, che è santissimo, e posso­no fare molto bene: e che in ciò è necessario agire con energia».

Le regole pertanto dovevano essere bruciate e l’autore allontanato dall’istituto.

In realtà le cose furono meno drammatiche. Tornatore, per quanto addolorato, poté attendere alla stesura delle regole del 1876[8], divenute poi la base di quelle definitive approvate nel 1892, pur se smantellate della parte più carismatica[9].


[1] La preparazione delle costituzioni segue la seguente trafila: 1864: primo abbozzo per mano di Madre Rosa; (1864?) regolamento Magnasco; 1866: regolamento d’Acqui; 1869: Parole della gloriosa S. Anna…di Tornatore; 1872: progetto scritto da Madre Rosa; 1873: Regole comuni; Costituzioni e Regole; Costituzioni (del p. Bianchi, rifiutato dalla Gattorno); 1874: Costituzioni delle figlie di S. Anna Madre dell’Immacolata, Piacenza 1874 (prob. di Tornatore); 1876: Costituzioni delle figlie di S. Anna Madre dell’Immacolata, ms. di Tornatore; 1878: Costituzioni della Congregazione delle figlie di S. Anna Madre dell’Immacolata, con Animadversiones; 1879: nuove Animadversiones e Decreto di Lode; 1881: Costituzioni della Congregazione delle figlie di S. Anna Madre dell’Immacolata; 1882: Costituzioni della Congregazione delle figlie di S. Anna Madre dell’Immacolata, testo ms. e poi a stampa (di Tornatore). Seguono altri mss. e un testo a stampa fino alle Costituzioni della Congregazione delle figlie di S. Anna Madre dell’Immacolata, Roma 1892.

[2] Parole della gloriosa S. Anna Madre dell’Immacolata che presenta le regole alle sue figlie, Piacenza 1869.

[3] Lettera del 9 febbraio 1868: AFSA…………

[4] Positio super virtutibus, Romae 1991, 750-770.

[5] La data del documento è quella del 20 agosto 1871: AFSA, copia.

[6] L’espressione si trova in un libro di un carmelitano, condannata “donec corrigatur”.

[7] PL 26, 058. 1062-1066.

[8] Positio super virtutibus, Romae 1991, 751.

[9] La cosa non deve recare meraviglia, se al Vaticano I (1870) lo schema sulla Chiesa, che includeva la definizione della Chiesa come “Corpo Mistico”, fu criticato, perché troppo spirituale. Per fortuna non si arrivò ad una definizione, che sarebbe stata giuridica e deludente. A causa della presa di Roma, infatti, il concilio fu sospeso e la discussione sulla natura della Chiesa fu rimandata al Vaticano II.


[/accordion_item] [accordion_item title='5. L’allontanamento definitivo']

Nel 1888 le parti s’invertirono. La comunità era nel frattempo cresciuta in modo prodigioso. E di fatto si era creato un pericoloso dualismo. Madre Rosa trovava il Tornatore troppo severo, invadente. Fra le collaboratrici della beata diverse mal tolleravano gli interventi del padre. Il padre a sua volta rivendicava la sua autorità. Si sentiva fondatore, e non intendeva mettersi da parte. Aveva dalla sua l’esperienza della comunità delle Figlie della Carità, molto legate al Padre Generale della Congregazione della Missione. Se si studiano la storia delle Serve dei Poveri, conosciute anche come “Suore del Boccone del Povero”, fondate a Palermo dal b. Giacomo Cusmano (1834-1888), si nota la continuità della guida maschile. Alla morte del fondatore, succedette come “superiore generale” il p. Francesco Mammana (1888-1912), coadiuvato dalle superiori generali Vincenzina Cusmano (fino al 1894) e Maddalena Cusmano (1894-1900)[1].

Madre Rosa non era più una docile “figlia spirituale”. Il rapporto padre spirituale/figlia spirituale le andava stretto. Altre figure erano entrate nei suoi orizzonti. Due figure sono da prendere in considerazione. La prima è quella del padre Bernardino da Portogruaro (1822-1895)[2] e la seconda di Gennaro Granito Pignatelli di Belmonte (1851-1948). Il primo fu per un certo tempo direttore spirituale di Rosa, e il secondo, oltre che ad aver tentato di fondare la congregazione dei “Figli di S. Anna”, fu un sicuro punto di riferimento sia prima come soprattutto dopo l’ordinazione presbiterale.

La fondatrice era maturata. Le difficoltà l’avevano resa forte come una roccia. Era ormai una donna autorevole, capace di guidare con mano ferma le persone e di negoziare con le autorità le nuove fondazioni.

Si rese conto che anche Tornatore prendeva decisioni e dava direttive alle suore. È ovvio che qualcuna potesse approfittare di questo dualismo. La madre prese consiglio. Aveva accanto a se persone che la mettevano in guardia dai pericoli di un governo bifronte. Scelse la strada più soft per tagliare il nodo gordiano. Nel capitolo generale del 1888 se ne discusse fra le persone più in vista, senza un vero dibattito assembleare. Il risultato fu che il confondatore fu “tagliato”.

La reazione di Tornatore, in un primo momento, fu di pretendere di non essere privato di un titolo, che gli spettava per giustizia, cioè del titolo di “fondatore”. Il padre Bernardino da Portogruaro osservò: «Il [padre Tornatore] ha o non ha un documento pontificio che lo costituisca Superiore o Direttore dell’Istituto? Se lo ha, lo mostri e il card. Protettore vedrà in che termini è concepito; se non lo ha, o non è come dice lui, la sua causa è perduta senza appello»[3]. Granito di Belmonte fu più duro: «Che cosa vuole? Il titolo di Fondatore? Ma questo è indebolimento cerebrale!»[4].

Il problema non era in questi termini. Per un istituto nascente titoli simili non erano necessari. Tornatore ne soffrì: «Nella mia vecchiaia dovevo essere crocifisso», scrisse al conte Francesco Caracciolo[5]. «È certamente duro ad un Padre essere cacciato fuori dalla sua famiglia?»[6]. e qualche tempo dopo commentò con amarezza che il non trovarsi più colle sue figliole gli riusciva doloroso[7]. Egli rivendicò sempre il titolo di “confondatore”, in termini molto espliciti. In una lettera così si espresse:

«L’Istituto ha avuto origine da me, perché io ne fui l’idea, ha avuto il nome da me, e da me hanno il nome di figlie di S. Anna, e la Madre ha proclamato le conto e mille volte e presso gli esterni e presso leSuore. Dice poi il cardinale cghe il nome di Superiore Generale dalleregole non apparisce. Prima di tutto sde sono il fondatore sono perciò Superiore dell’Istituto nato.  In secondo luogo si osservi che la mia dignità essendo personale e dovendo morire con me, non poteva aver luogo nelle regole, nelle quali si mettono le dignità perpetue: la Generale mio Protettore, i vescovi, ecc. preghi dunque monsignore che a Sant’Anna quando parlerà col Cardinale gli faccia ben capire questo fatto, il quale a lui è ignoto perché venne Protettore molti anni dopo che l’Istituto fu fondato. Io non voglio essere consigliere della Madre: io voglio che si dichiari sì o no, se sia confondatore e Superiore. Ciò fatto, se mai per la malvagità delle cose umane (il che non credo) non potrò stare nell’Istituto mio figliolo, senza che si divida, come il figlio delle due madri presso Salomone, allora piuttosto mi ritirerò. Ma intanto quello che pretendo è la giustizia e l’equità»[8].

Egli poi riassunse i “titoli di superiorità”. Egli pretendeva che i suoi titoli fossero stati riconosciuti sia dalle autorità civili, dalle autorità ecclesiastiche, dallo stesso istituto (l’idea, il nome, la prima vestizione, le regole furono fatte e rifatte da lui, le case non si aprivano senza il suo consenso, le ripetute affermazioni della madre)[9].

La sua azione non ebbe successo. Si ritirò allora nell’ombra, continuando a beneficare le suore e ad avere una certa corrispondenza epistolare con la fondatrice. Non rinunciò mai a rivendicare la sua paternità, come ne fa fede questa lettera alla madre:

«…ricevo la lettera di Suor Anna Celsa[10] […]. Adesso voglio farvi ridere sopra una espressione che leggo nella detta lettera; mi dice: la Madre la ringrazia della buona memoria che conserva delle figlie di Sant’Anna. E’ da ridere ringraziare un Padre perché si ricorda delle sue figlie!… Ma già si sa che la Suor Anna Celsa dice: Il Padre Tornatore non è riconosciuto dalla Chiesa come confondatore. Ma deve sapere essa che un fatto e la ricognizione del medesimo sono due cose diverse. Sant’Ignazio fu per trent’annl fondatore e Superiore dei Gesuiti prima che fosse riconosciuto come tale dalla Chiesa, e così dicasi di tutti i Fondatori. Monsignor Giannelli[11] fondatore delle Figlie di Maria all’Orto è morto senza essere stato riconosciuto. Dunque il fatto è fatto; sia riconosciuto o no, è fatto e nessuno lo può disfare. Se alcuni passeretti che dormono si svegliassero attesterebbero questo fatto; e qualche lettera la sottoscritta della quale porta due cifre misteriose: se queste due cifre fossero spiegate si direbbe: il Padre Tornatore non è confondatore, ma è arciconfondatore. Quando presentai al nostro Procuratore Generale[12] i titoli che avevo di confondatore, ciò per giustificarmi presso il mio Generale[13], che quando al Generale faceva scrivere da Mons. Scalabrini (è vivente) che essendo io confondatore ed essendo l’istituto cresciuto, aveva bisogno di tutta la mia persona epperciò mi disonerasse da ogni ufficio di Congregazione, così scrivendo non aveva ingannato né il Vescovo, né il mio Generale, il detto Procuratore mi disse: ne ha di titoli più di San Francesco d’Assisi: nominò San Francesco perché sapeva che il Padre Generale faceva fuoco perché fosse cacciato via questi titoli; era­no titoli presso l’Istituto, presso l’autorità civili, e presso l’autorità ecclesistiche. Questi sono i titoli che presentai a Mons. Sallua[14], il quale quasi dicesse: come? hai salito tante volte queste scale che rimettessi il P. Tornatore e adesso..? E subito mi distese un attestato col bollo del S. Offizio dove attestava qualmente la Sacra Congregazione mi aveva sempre riconosciuto per Superiore Generale dell’istituto[15], e mi soggiunse: se non basta questo ve ne farò un altro più ampio. Questo è l’attestato che spedito al Cardinale[16], me lo rimanda nella sua ultima lettera dicendomi: vi mando l’attestato del Sant’Offizio che per voi è un documento prezioso! Conservo tutte le lettere del Cardinale. Dunque che facciate tutto quel che potete per abolire la memoria che l’istituto abbia avuto per confondatore un uomo così malvagio e pieno di iniquità (di finzione no) alla buon’ora; ma negare il fatto, que­sto non potete. In tutto questo tempo, non potendo far altro per l’istituto, mi sono occupato e mi occupo a pregare che Iddio lo prosperi».


[1] DIP 8(1988)1378-1380.

[2] G. Buffon, Il tempo di Bernardino da Portogruaro, Assisi 1997.

[3] Lettera di p. Bernardino da Portogruaro a madre Gattorno, 24 luglio 1888: AFSA, A. 1.0.

[4] Lettera di G. Granito di Belmente a madre Gattorno, 31 luglio 1888: AFSA, A. 1.0.

[5] Lettera del p. G. B. Tornatore a F. Caracciolo, 8 ottobre 1888:  AFSA C 3.158.

[6] Lettera del p. G. B. Tornatore a F. Caracciolo, 11 ottobre 1888:  AFSA C 3.158.

[7] Lettera del p. G. B. Tornatore a F. Caracciolo, 2 novembre 1888:  AFSA C 3.158.

[8] Lettera del p. G. B. Tornatore a un sacerdote, 8 luglio 1888:  AFSA C 3.158.

[9] R. Frati, G. B. Tornatore alle origini, 20s.

[10] Suor Anna Celsa (Carolina) Speranza.

[11] S. Antonio Maria Gianelli (1789-1846), fondatore a Chiavari delle Figlie di Maria Santissima dell’Orto, coadiuvato da Caterina Podestà (1809-1884).

[12] I procuratori generali di questo periodo furono i padri Giovanni Battista Borgogno (1867-1884) e Filippo Valentini (1884-1888).

[13] I padri generali di questo periodo furono J.-B. Etienne (1843-1874), Eugène Boré (1874-78) e Antoine Fiat (1878-1914).

[14] Vincenzo Sallua, OP, Commissario Generale del S. Uffizio.

[15] Effettivamente Tornatore ricevette dal S. Ufficio un documento in cui si dichiarava

[16] Il card. Gaetano Alimonda dal 1880 al 1891 protettore delle Figlie di S. Anna.


[/accordion_item] [accordion_item title='Conclusione']

Non riteniamo utile trasformare questa ricerca in un atto processuale, per stabilire se a Tornatore spettassero i titoli di fondatore o cofondatore. Ciò che invece ci sembra utile sottolineare è la fatica per le suore di diventare autonome. La S. Sede attorno agli anni trenta del XIX secolo quando dovette affrontare la richiesta di molte nascenti congregazioni femminili di avere una superiora generale, dovette affrontare tre serie di difficoltà.Non riteniamo utile trasformare questa ricerca in un atto processuale, per stabilire se a Tornatore spettassero i titoli di fondatore o cofondatore. Ciò che invece ci sembra utile sottolineare è la fatica per le suore di diventare autonome. La S. Sede attorno agli anni trenta del XIX secolo quando dovette affrontare la richiesta di molte nascenti congregazioni femminili di avere una superiora generale, dovette affrontare tre serie di difficoltà.

La prima era dovuta ai titoli che pretendevano alcune superiore generali, quali quelli di “vicaria di Cristo”, “rappresentante di Dio”, e simili.

La seconda riguardava i rapporti con gli ordinari, per cui la S. Sede decise che nessun vescovo poteva essere superiore generale di una congregazione femminile, per evitare di entrare in conflitto con altri ordinari, nelle cui diocesi si trovavano le case delle suore.

La difficoltà maggiore era quella di riconoscere a una donna la qualifica di “superiora generale”, dal momento che le donne erano ritenute inadatte a una simile carica. Per ovviare a questa difficoltà si escogitarono varie soluzioni.  La prima fu di porre la congregazione femminile in dipendenza da un ordine o congregazione maschile, come nel caso delle Figlie della Carità di S. Vincenzo. La seconda soluzione fu di nominare un cardinale protettore, facendo in modo che accanto alla superiora generale ci fosse un “direttore” o “superiore” nominato dal vescovo. Fino alla costituzione apostolica Conditae a Christo (8 dicembre 1900) la situazione fu incerta. I conflitti fra la madre Gattorno e Tornatore furono comuni ad altre congregazioni. In fondo Tornatore incorse nello stesso errore del p. Bianchi, quando aveva parlato della «debolezza delle donne con cui si ha da trattare». Si è trattato di un tipico “conflitto storico”, espressione usata nell’ambito storiografico per definire scontri e battaglie nate quasi per necessità, inevitabili, dal momento che tali conflitti si accendono fra posizioni che hanno delle ragioni a sostegno delle loro posizioni.

A questo punto vorrei citare un testo di Mary Ward (1585-1645). Tornando dall’Inghilterra, sentì che le “Dame inglesi”, da lei fondate nel 1609-10 a Saint-Omer, si erano molto scoraggiate, poiché un autorevole padre gesuita, da cui esse volevano dipendere aveva detto che il loro entusiasmo e fervore sarebbe scomparso «perché, a conti fatti, esse sono solo donne».

Essa allora tenne un discorso intriso di ironia, ma molto dignitoso e forte[1]:

«Mi domando – disse riferendosi a questo austero gesuita - se egli realmente ci conosca. […]. È, infatti, vero che il fervore spesso si raffredda, ma perché? Perché siamo solo donne? Certamente no. Piuttosto è perché noi siamo gente peccatrice, e riguardo a questo noi non differiamo un bel niente dal sesso opposto. Perciò la questione non è che noi siamo donne, ma perché noi siamo donne imperfette che non sempre cercano la verità, ma si accontentano di vivere nella menzogna  […]. Notate che non si tratta della verità degli uomini, nemmeno della verità delle donne, ma della verità di Dio, e questa divina verità è divisa equamente dalle donne e dagli uomini. Se noi ci fermiamo nel fervore, non è perché noi siamo donne, ma perché non apprezziamo la necessità di vivere nella verità di Dio. […]. La ragione di tutto questo, non sta nel fatto che sono donne, ma è stato perché esse sono divenute eccessivamente dipendenti dalle buone opinioni di coloro che per un certo periodo le hanno dirette, invece di porre la loro fiducia nell’unica e sola verità Dio… Così noi vediamo che, riguardo al fervore, non c’è differenza fra i sessi. Anche le donne possono fare grandi cose per Dio  […]. Vi imploro tutte, per amor di Dio, di porre prima di tutto la vostra fiducia e poi il vostro affetto e la vostra dipendenza in Lui solamente, non nel superiore o quel padre o quell’altra persona, in modo tale che, se essi fossero portati via, tutto non vada perduto. […]. Come creature, noi siamo sempre dipendenti, ma fate che la vostra sia una vera dipendenza da Dio […]. Se le donne sono state create così inferiori agli uomini, riguardo a tutto, perché esse sono considerate responsabili in certe cose e non in tutto? Io riconosco che le donne dovrebbero essere sottomesse ai loro mariti, che gli uomini detengono l’autorità nella chiesa, che alle donne non è permesso di amministrare i sacramenti, né di predicare in una cerimonia pubblica, ma riguardo a cosa, a parte tutto, noi siamo una tale sottospecie dell’umanità, così da essere chiamate “solo donne”? Cosa provoca questa frase in voi? Se in ogni cosa noi siamo, in qualche modo subordinate ad altra creatura, che io suppongo essere gli uomini, mi sento di affermare con certezza che questo è completamente falso e, per ciò che riguarda il Padre buono, un grave errore. Voglia Dio che ciascuno capisca che le donne, se esse lo desiderano, possono anche aspirare ad uno stato di perfezione. Io sono abbastanza sicura che noi potremmo realizzare grandi cose, se solo essi volessero non dover credere che noi non possiamo fare nulla perché siamo “solo donne”. […]. C’è stato un padre della Compagnia, che è arrivato da poco in Inghilterra, al quale ho sentito dire che non avrebbe voluto essere una donna nemmeno per mille mondi perché egli pensava che le donne fossero incapaci di conoscere Dio. Io avrei potuto dirgli dell’esperienza che io ho del fatto contrario, ma ho desistito e ho solamente sorriso. Avrei potuto compatire la sua mancanza di giudizio, ma no, non volevo dire questo; egli è un uomo dal giudizio buonissimo; volevo dire mancanza di esperienza. Quando la regina di Spagna portò le Carmelitane, in una certa parte del nostro Paese, ella le raccomandò così tanto, che la gente fu spinta dalla curiosità di andarle a visitare in convento. Apparentemente le suore non erano all’altezza di corrispondere alle loro aspettative, ma la regina disse saggiamente: “Se voi le guardate come sante, troverete che sono soltanto donne.. Ma se voi le guardate come donne ordinarie, troverete che esse sono delle sante”».

È stato molto positivo quanto all’interno delle Figlie di S. Anna si è operato per il ricupero della figura del “primo padre”. Egli ha dato molto alle suore di Madre Gattorno.  Forse andrebbe messo in luce anche quello che lui ha ricevuto. Ha ricevuto il dono della paternità, ha riconvertito il suo studio in un bisogno apostolico, ha superato l’orizzonte dei problemi teoretici per affrontare quelli di una nuova famiglia religiosa. Oggi credo che i problemi siano più chiari e la visione dei rapporti più serena. Le comunità femminili non hanno più bisogno di cardinali protettori e di direttori. Nessuno contesta più la legittimità di una superiora generale donna. Forse grazie a conflitti come questo, si è sviluppata una nuova coscienza nella Chiesa. Nessuno parla più di “debolezza” delle suore. Lo hanno ampiamente dimostrato le centinaia di congregazioni femminili che dall’800 in poi hanno affrontato le povertà dell’uomo. Ora mentre l’attività di molti uomini della Chiesa si tingeva di preoccupazioni politiche, queste donne hanno saputo ritornare alle fonti del Vangelo, e a mettere in primo piano la carità. Sono veramente “passate ai barbari”. E questo un po’ per merito anche di questo figlio di san Vincenzo, il padre Giovanni Battista Tornatore.


[1] Il testo è stato valorizzato in un seminario in Gregoriana da un mio alunno Aidan Prescott, la traduzione è di un altro alunno, Giuseppe Stella, ed è stato pubblicato da L. Scaraffia, Primo discorso tenuto dalla reverenda madre superiora a Sant’Omers, dopo essere stata a lungo assente, in Bailamme 26/4(2000)112-116.


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