• Ultima modifica: Martedì 16 Gennaio 2018, 09:25:05.

P. Teodorico Pedrini, nativo di Fermo, nel 1703 fu mandato a Pechino dal Padre Generale Pierron per un desiderio dell’ 'Imperatore stesso di avere presso la sua corte un artista. Il P. Pedrini infatti era molto preparato nell’arte della musica. A causa di tante difficoltà e contrattempi, giunse a Pechino solo nel 1710.
Alla Corte Imperiale godeva di grande stima ed era ben voluto, poiché suonava a meraviglia alcuni strumenti musicali. Di questo singolare favore ch’egli godeva presso l’Imperatore, se ne valeva per istruire altri a questa insigne arte.
Per questa sua stima da parte dell’'Imperatore, gli fu affidata l'educazione dei suoi tre figli, in particolar modo di colui ch'egli aveva designato a suo successore.

Ma in seguito - nel 1721 – P. Pedrini fu vittima di intrighi e per ben due volte gettato in prigione.
Morto l'Imperatore nel 1724, gli successe il figlio di cui il Pedrini era stato precettore, e dal quale era ben voluto. Fu infatti per suo volere che il Pedrini riebbe la libertà.
Il nuovo imperatore, passati i tre anni di lutto per la morte del padre, forse per l'influenza dell'antico suo pedagogo, emanò una legge che favoriva tutti i missionari europei, ai quali dava le più ampia libertà di predicare, dicendo che sempre li aveva amati e che altamente stimava le leggi cristiane.
Il Sig. Pedrini che abitava non molto lontano dal Palazzo Imperiale, ebbe la consolazione di esercitare il suo ministero in una piccola chiesa.
Nel 1742 il Pedrini fu calunniato da due missionari di Propaganda di aver venduto alcune proprietà trattenendosi il denaro ricavato. « Ed è per questo (così egli nella lettera ad un suo cognato di Fermo dichiarava) che mi si nega il sussidio annuale, ed io sono stato costretto a prendere in prestito per vivere. Ecco come nella mia vecchiaia (contava 73 anni) sono ricompensato dell'essermi spogliato di tutto per comprar questa casa e farne dono alla Propaganda a vantaggio dei suoi Missionari, che sono ora i miei calunniatori. E' vero che Dio ha permessa la morte de' miei due accusatori, uno de' quali è morto in agosto passato, ma non è che in quest'anno che io ho inviate le mie giustificazioni, non avendo conosciute prima le accuse. Con tutto questo bisognerà che digiuni per molti anni, ovvero che cessi dal mangiare e dal vivere ».
E' vero: fu riconosciuta la sua innocenza, ma egli non sopravvisse a lungo, poiché moriva il 10 Dicembre 1746. Il suo ardore nel combattere i riti pagani gli procacciò percosse, pesanti catene ed una prigionia di tre anni.
Con la morte dei Sig. Pedrini - Così scriveva il P. Generale Debras, il 10 Gennaio 1748 - la Missione cadde interamente. Si rialzò in seguito, il 7 Dicembre 1783, quando Propaganda affidò le Missioni della Cina, ai Padri Gesuiti - che nel 1773 furono soppressi – e ancora sostituiva con la Congregazione dei Lazzaristi che rientrava in campo con rinnovato ardore.
In mezzo agli operai che evangelizzarono la terra cinese figurarono dei Missionari italiani, a cui nel 1922 venne assegnato a parte il Vicariato di Kian nel Kiangsi, dove fu destinato a reggere Mgr. Nicola Ciceri nativo di Napoli. Il primo Missionario partito per la Cina dopo che questo Vicariato venne affidato alla Provincia di Torino fu il P. Giacomo Anselmo, il quale raggiunse la sua destinazione il 17 Febbraio 1923 anniversario del martirio di Francois Regis Clet. In seguito arrivò pure il P. Gaetano Magnani della Provincia di Roma, precedentemente Superiore del Collegio Alberoni, il quale arrivò in Cina il 21 Ottobre dello stesso anno: nel Febbraio 1925 vi giungeva il terzo, P. Giovanni Vittone di Chieri.

Per approfondire questa figura segnaliamo:

[accordion_item title='IL MUSICO DELL’IMPERATORE']

Presentando  in lingua italiana questo bell’articolo di storia vincenziana, dell’amico e confratello P. Andrea Sylvestre, sento la necessità di esporre sinteticamente in che cosa è consistita l’annosa, triste e difficile questione dei “Riti Cinesi”.

Oggi la Chiesa incoraggia la “Inculturazione” e va a gara nel promuoverla. Per inculturazione si intende lo sforzo di far prendere alla evangelizzazione il colore della terra e della cultura del popolo a cui si dirige. I termini, la liturgia, le usanze e i costumi, la costruzione stessa degli edifici sacri, devono, fin dov’è possibile, rispecchiare le esigenze ed il gusto delle popolazioni che ricevono l’annunzio.

Al tempo dei “Riti Cinesi” la mentalità non era questa, o almeno non era così generalizzata.

La questione nacque in Cina sul nome da dare al vero Dio e su certe cerimonie tributate ai defunti ed in particolare a Confucio, nella prima metà del secolo XVII.

Già il P. Matteo Ricci (1552-1610) aveva notato che i letterati cinesi, nei riguardi di Confucio, facevano genuflessioni, accendevano candele, offrivano incenso, animali morti e vivande, ma non recitavano alcuna preghiera, né riconoscevano in lui alcuna divinità. Non gli chiedevano nulla, ma intendevano soltanto manifestargli stima e riconoscenza, con omaggi, diciamo, puramente civili. E, come i letterati si comportavano verso Confucio, così il popolo si comportava verso i suoi defunti.

Al P. Ricci queste usanze non parvero incompatibili col cristianesimo.

Dopo la morte del P. Ricci, scoppiò la controversia. Grosso modo, si schierarono da una parte i Padri Gesuiti, inclini a ritenere innocenti, o capaci di essere cristianizzati, parecchi di questi riti e disposti ad accettare il nome di Dio già in uso: Signore del Cielo.

Dall’altra parte si schierarono i Francescani, i Domenicani, i Missionari delle Missioni Estere di Parigi ed i Vincenziani, che invece ritenevano queste usanze inficiate di superstizione.

Seguirono decreti e controdecreti ed anche i due Legati mandati in Cina espressamente dalla Santa Sede, non vennero a capo di nulla. Il primo fu il Card. Carlo Maillard de Tournon (1704); il secondo Mons. Carlo Ambrogio Mezzabarba (1720).

Si giunse pertanto fino al Papa Pio XII, il quale, nel 1939, dichiarò il carattere civile e quindi la liceità degli omaggi resi a Confucio ed ai defunti, da parte dei cristiani cinesi.

Nota storica

P. Luigi Appiani (n. a Dogliani [CN] nel 1663, m. a Macao nel 1732), era partito da Venezia per la Cina nel 1697 con un gruppo di 32 missionari di Comunità diverse e con il Sac. Giovanni Müllener. Nel lungo viaggio, durato tre anni attraverso la Siria e l’India, il P. Appiani ammise nella Comunità Vincenziana il P. Müllener.

Appiani fu il primo Missionario di S. Vincenzo a mettere piede in Cina, a Canton, e suo scopo primario era la fondazione di un seminario per clero nativo in questa città o a Pechino. L’impresa si rivelò subito di difficile attuazione e perciò il P. Appiani si diede all’apostolato tra il popolo.

Nel 1705 il Card. De Tournon, Legato Pontificio, lo volle con sé, come segretario ed interprete.

La fedeltà alle disposizioni di Roma e del Cardinale, gli costarono la condanna a morte, commutata poi dall’Imperatore in carcere a vita. Il partito favorevole ai “Riti Cinesi” lo aveva fatto condannare. Restò in carcere tre anni a Pechino e 16 a Canton. Liberato nel 1726, morì esausto dalle sofferenze, a Macao nel 1732.

P. Giovanni Müllener era nato a Brema nel 1673. Raggiunse la Cina col P. Appiani e nel 1715 fu nominato Vicario Apostolico dello Szechwan. Fu il primo Vescovo Vincenziano della Cina. Espulso due volte, per due volte poté rientrare a suo rischio e pericolo in Cina. Morì a 69 anni di età, come il P. Appiani, nella sua missione, nel 1742.

Nell’ultimo scorcio del secolo XVIII, i Missionari di S. Vincenzo furono chiamati dalla Santa Sede a sostituire i Padri Gesuiti in diversi Paesi, come nella Prussia, nell’Impero Ottomano, e specialmente in Cina.

Tuttavia, anche prima, parecchi di loro si erano offerti per quest’ultima missione come volontari ed erano stati mandati come missionari dalla Congregazione di Propaganda.

Fu questo il caso dei padri Appiani e Müllener, che furono grandi missionari, con una vita intessuta di prove e di sacrifici. Ma il mio proposito non è di esporre qui il loro apostolato.

Nel 1645 il Papa Innocenzo X aveva condannato i “Riti Cinesi”, ma alcuni missionari, tra cui i Padri Gesuiti, avevano trovato delle scappatoie per non applicare il decreto del Santo Padre.

Nemmeno il decreto di un Vescovo, Mons. Maigrot, del 1693, ebbe miglior successo. Allora il Papa Clemente XI decise di mandare un Legato, che avrebbe dovuto studiare sul posto la questione e risolverla.

Per tale incombenza scelse un uomo assai stimato, di appena 33 anni, Carlo de Tournon. Lo consacrò Vescovo e lo nominò Patriarca di Antiochia. Egli fece il suo ritiro spirituale per l’Ordinazione Episcopale presso i Missionari di Montecitorio a Roma, e fu consacrato dal Papa stesso il 27 dicembre 1702.

Avrebbero accompagnato il Legato parecchi missionari, mandati dalla Congregazione di Propaganda.

Il rappresentante del Papa doveva recarsi a trattare direttamente alla Corte di Pechino con l’Imperatore Kangshi, che aveva fama di amare assai la musica. Il Papa quindi pensò che l’Imperatore sarebbe stato contento di ricevere a Corte un musico sperimentato, e propose a un Missionario di S. Vincenzo, conosciuto come compositore di talento, di aggregarsi alla spedizione. Il Missionario prescelto fu il P. Teodorico Pedrini.

Peripezie di viaggio

Egli accettò e si preparò a partire con altri cinque missionari, tra cui un confratello vincenziano, il P. Biasi.

Il Pedrini era nato nel 1670 a Fermo, antica cittadina della parte meridionale della Marca di Ancona. Aveva studiato Diritto ed era Dottore in utroque. Era entrato nella Congregazione della Missione a 28 anni, nel 1698.

La spedizione del Legato, che comprendeva sei missionari mandati dalla Congregazione di Propaganda, doveva partire da Barcellona il 9 febbraio 1703, con un battello francese della Compagnia delle Indie.

Il P. Pedrini però, chiese al Legato il permesso di recarsi prima a Parigi, per visitare la casa-madre e salutare il Superiore Generale. Partì quindi da Roma il 13 gennaio 1702, si imbarcò a Livorno per Tolone e raggiunse Parigi. Avrebbe dovuto unirsi al Legato alle Isole Canarie nel mese di aprile del 1703, ma vari contrattempi glielo impedirono.

Dopo essersi trattenuto a Parigi, forse troppo, tentò la via della Spagna, piena di difficoltà e disavventure, e perse anche il battello da St. Malo per le Canarie. Per buona fortuna, a Natale del 1703, trovò un battello in partenza da St. Malo per la Cina, passando però per lo stretto di Magellano a l’Ame­rica del Sud. Si imbarcò il 28 dicembre, ma la navigazione fu pensosa per le tempeste del Capo Horn. La nave fece scalo a Concepcion nel Cile il 13 maggio 1704 e poi raggiunse Callao, il porto di Lima. Giunti nel Perù, il capitano dichiarò che non avrebbe proseguito oltre, e si preparò a rientrare in Francia.

Ecco il nostro missionario, candidato per la Cina, in panne a Lima, la pre­stigiosa capitale delle Indie Occidentali, residenza del Viceré.

Il P. Pedrini ebbe tutta la comodità di visitare la tomba del santo Vescovo Turibio, morto un secolo prima, e di andare a pregare nella casa natale di Santa Rosa, che era stata canonizzata una trentina d’anni prima, nel 1671.

Quando poi venne a sapere che un battello da Acapulco, nel Messico, doveva partire per le Filippine, il missionario decise di tentare quella via. Trovò una nave che dal Perù lo condusse in Guatemala e poi percorse i 1.200 km che ancora gli restavano, parte a piedi e parte in barca. Finalmente raggiunse Acapulco e poté imbarcarsi per le Filippine il 18 marzo 1707.

La traversata fu felice e sbarcò a Manila il 9 agosto 1707.

L’ultima tappa

Non era però ancora al termine delle sue traversie.

Trovò un battello che doveva portarlo a Macao, ma i venti furono talmente contrari che per tre volte la nave cambiò rotta, e, alla fine, ritornò a Manila.

Proprio in quei giorni giungeva a Manila un editto di Filippo V, Re di Spagna, che proibiva qualsiasi commercio e comunicazione con la Cina, e giungevano pure cinque missionari mandati da Propaganda, destinati alla Cina e incaricati di consegnare al Legato, Mons. de Tournon, a nome del Santo Padre, la berretta cardinalizia. Era un segno di riconoscenza della Santa Sede verso il Legato, che si era tanto adoperato per riportare la pace nella questione scottante dei “Riti Cinesi” e che non aveva ricevuto che soprusi ed affronti, non escluso un tentativo di avvelenamento.

Il P. Pedrini, sempre ricco di fantasia, si presentò al Governatore spagnolo e gli fece rilevare che non era conveniente lasciare gli inviati dal Santo Padre a soffrire a Manila. Essi dovevano raggiungere Mons. de Tournon il più presto possibile, perché era in gioco sia l’onore della Santa Sede che quello del cattolicissimo Re di Spagna. Il Governatore si lasciò persuadere ed approntò una fregata. Il P. Pedrini si tagliò la barba, vestì un abito civile con la spada al fianco, e, coll’approvazione del Governatore, si presentò come capitano, incaricato di dirigere la spedizione. Gli inviati del Santo Padre, messi al corrente del trucco, serbarono il segreto sull’identità del capitano.

Si imbarcarono il 29 novembre 1709, ma il mare in tempesta li respinse per tre volte, prima di giungere a Macao. Finalmente, il 1° gennaio 1710, il P. Pedrini poté mettere piede sul suolo della Cina (a Macao). Gli era stata necessaria una costanza ed una caparbietà non comune.

Un Cardinale in fin di vita

Egli poté consegnare la berretta di Cardinale a Mons. de Tournon, durante una cerimonia privata, l’8 gennaio 1710.

I sostenitori dei “Riti Cinesi” infatti, avevano presentato in modo sinistro lo scopo dell’ambasceria pontificia presso l’Imperatore ed il Legato era sta­to respinto da Pechino a Macao. Qui viveva a domicilio coatto, sotto la sorveglianza dei soldati, grazie sempre agli intrighi dei partigiani favorevoli ai “Riti”.

Pochi mesi dopo, l’8 giugno 1710, Mons. de Tournon moriva sfinito dalle angherie. Il suo interprete, il P. Appiani, Missionario di S. Vincenzo, anch’egli vittima della cattiveria degli avversari del Cardinale, passò 18 anni in prigione.

Un “Musico” di Corte

L’Imperatore Kangshi, quando seppe da Mons. de Tournon dell’arrivo del musico, gli fece giungere l’ordine di recarsi alla Corte di Pechino, ed il P. Pedrini, dopo essersi fermato per qualche tempo a Macao per impratichirsi della lingua cinese, si mise in viaggio. Era accompagnato da un missionario di Propaganda, il P. Ripa, prete della diocesi di Napoli, che sarà per lui sempre un amico fedele. È a lui che dobbiamo la relazione di quanto avvenne in seguito al P. Pedrini.

Furono accolti assai bene dall’Imperatore, che assegnò loro una casa ed un compito preciso: il P. Pedrini come musico e il P. Ripa come pittore. Il P. Ripa annota nel suo diario che: « Il P. Pedrini, grazie alla sua abilità nella musica, nella direzione degli artigiani, nella confezione dei diversi strumenti, e più ancora, grazie alla sua affabilità, si guadagnava ogni giorno più il favore di quel grande monarca ».

Pedrini costruì diversi strumenti musicali come spinette, organi, violoncelli, che suscitarono l’ammirazione dell’Imperatore.

Gelosi della sua influenza, i partigiani dei “Riti”, desiderosi di screditarlo nella considerazione del Sovrano, tentarono di costringere lui e qualche missionario di Propaganda, tra cui il P. Ripa, a sconfessare i Decreti del Santo Padre relativi ai “Riti”. Il P. Pedrini rispose, senza esitare, che non l’avrebbe mai fatto e il P. Ripa adottò la stessa fermezza. L’Imperatore non insistette e conservò tutta la sua stima per il P. Pedrini. Anzi gli affidò pure l’educazione musicale dei suoi due figli, giovani principi che serbarono sempre stima per colui che era stato il loro maestro e gli diedero il loro appoggio. Quando il Pedrini cadde ammalato nel 1714, l’Imperatore venne a sapere che uno dei suoi figli aveva mandato presso l’ammalato due medici, e allora volle mandare anche il suo medico personale.

Riguardo ai “Riti Cinesi”, il P. Pedrini fu indotto a presentare all’Imperatore un esposto sulle ragioni del Santo Padre, esposto che non aveva potuto fare a Mons. de Tournon. Il Sovrano ne fu contento, ma i partigiani dei “Riti” e il Mandarino Tchao Tchang, loro protettore, continuarono la loro persecuzione.

Il P. Pedrini ed il P. Ripa avevano comprato una casa per farne la residenza dei missionari di Propaganda e la cappella della casa era molto frequentata dai cristiani della città, desiderosi di non disobbedire alle direttive del Papa. Questo successo suscitò la gelosia degli avversari.

Nel 1717, il P. Pedrini, in riconoscenza dei suoi meriti, fu elevato dal S. Padre alla dignità di Protonotario apostolico, ma egli non si avvalse mai di questo titolo.

Il tempo della prova

Nel 1720, la madre dell’Imperatore morì ed il P. Pedrini, ammalato in quel momento, non poté recarsi a Corte per presentare le sue condoglianze. I suoi nemici misero in rilievo questa sua assenza, come un’offesa al Sovrano, e fecero gettare il missionario in prigione per qualche giorno, ma poi fu subito liberato.

Frattanto il Papa aveva inviato un nuovo Legato, Mons. Mezzabarba, af­finché riesaminasse la questione dei “Riti” e riconducesse all’obbedienza i missionari dissidenti. Egli non riuscì a convincere l’Imperatore, né a ricondurre alla ragione color che avevano escogitato tutte le scappatoie, per eludere le direttive di Roma e di parecchi Vescovi della Cina.

Nell’ultima udienza, del 20 febbraio 1721, l’Imperatore consegnò al Legato una “Memoria” per il Santo Padre. Questo scritto, denominato “Diario dei Mandarini”, doveva rendere conto delle diverse udienze imperiali concesse al Legato e le conclusioni tratte, ma era stato preparato dal partito avversario. Tchao Tchang, loro protettore, volle che questa “Memoria” fosse firmata da tutti i missionari presenti. I Gesuiti la firmarono evidentemente ed anche il P. Ripa finì per firmarla, protestando però di non conoscerne il contenuto. Quanto al P. Pedrini, rifiutò decisamente di firmare un documento che non aveva potuto leggere e che parlava di fatti dei quali egli non era stato testimone. Adirato per questo rifiuto, l’Imperatore gli fece dare cento colpi di bastone, caricare di catene e mettere in prigione.

Quando il Legato partì, il 1° marzo, Pedrini fu liberato dalle catene e trasferito in una cella presso i Padri Gesuiti. Fu liberato nel mese di maggio e chiamato a raggiungere la Corte in Tartaria, per i sei mesi estivi. Al suo rientro a Pechino però, fu obbligato ad abitare di nuovo nella sua cella, presso i Padri.

Alla fine dell’anno seguente, l’Imperatore fu colpito da un grave raffreddore durante una partita di caccia, e morì il 30 dicembre 1722, all’età di 69 anni.

Prima di morire, egli aveva designato come erede del trono, il suo quarto figlio, Yountcheng.

Un nuovo regno

Il nuovo Imperatore era stato educato anche dal P. Pedrini, e perciò lo fece subito liberare, concedendogli di entrare liberamente a palazzo.

Poi, essendo venuto a conoscenza degli intrighi di alcuni missionari per privarlo della successione, li cacciò dalla Corte e fece anche arrestare e con­dannare a morte uno di loro più compromesso.

Durante un’udienza confermò pubblicamente la sua stima per il P. Pedrini e accolse il suo intervento in favore del P. Appiani. Da circa 20 anni questo missionario era in carcere a Canton, grazie al livore dei partigiani dei “Riti”, verso colui che aveva servito da interprete fedele a Mons. de Tournon.

Poi i missionari furono espulsi dalla Cina, eccetto che da Pechino e da Canton. Il P. Appiani restò a Canton e spese il resto dei suoi giorni a formare al sacerdozio dei giovani cinesi. Morì nel 1732, proprio quando i missionari venivano espulsi anche da Canton.

Dopo la sua liberazione, il P. Pedrini lasciò la residenza dei Gesuiti del Petang a Pechino, che gli ricordava cose troppo tristi, e comprò una grande casa per farne la residenza dei missionari di Propaganda. Aprì anche una chiesa, che funzionava da parrocchia, nonostante le vive rimostranze, provenienti sempre dalla medesima fonte.

Sfortunatamente, il 30 settembre 1730, un terremoto distrusse parte della casa e della chiesa e il missionario si trovò a mal partito per reperire i fondi necessari, per far eseguire le riparazioni e comperare un terreno da destinare a cimitero cristiano. Fu accusato presso la Congregazione di Propaganda di imbrogli e malversazioni, ma alla fine gli fu resa completa giustizia di quelle calunnie.

L’Imperatore Kienlong

L’Imperatore Koutcheng morì l’8 ottobre 1735. Egli aveva introdotto, per la sua successione, una procedura usata per tanto tempo nella Compagnia, quando il Padre Generale voleva designare un Vicario Generale, che, in caso di morte, prendesse il suo posto, in attesa dell’elezione di un successore da parte dell’Assemblea Generale. L’Imperatore, secondo questa procedura, aveva scritto su di un foglio il nome del designato ad essere il suo successore. Questo foglio era stato sigillato in uno scrigno e sospeso in una sala del palazzo.

Il designato fu il quarto figlio, denominato Kienlong.

Egli fece vietare ogni predicazione religiosa in tutte le chiese parrocchiali di Pechino, ma quella del P. Pedrini fu esente da tale divieto, perché considerata residenza privata, e continuò ad essere molto frequentata.

Per affermare che un cristiano osservava fedelmente le disposizioni di Roma relative ai “Riti”, si diceva: « Egli va alla chiesa di Pedrini! », oppure: « Egli appartiene alla Confraternita dei Sette dolori! ».

Il P. Pedrini fu anche richiamato a Corte per riprendere il suo impiego di musico, ma nell’autunno del 1741, cadde gravemente ammalato.

In una lettera a suo fratello, egli afferma: « I Padri Gesuiti mi hanno assistito giorno e notte con la più grande carità! ».

Morì il 10 dicembre 1746, all’età di 77 anni. Fu un uomo di coraggio e di costanza straordinaria.

Nella sua vita era stato ricolmato di favori, ma anche di prove, che però non avevano mai intaccato, nemmeno le ultime, la sua serenità naturale e il suo ottimismo.

Restò fedele alla Santa Sede fino all’ultimo istante.

I suoi funerali furono celebrati a spese dell’imperatore, il 27 febbraio 1747.

18 febbraio 1995 festa del Beato Francesco Régis Clet

P. André Sylvestre C.M.

Nota finale: Il P. Duluq, veterano della Cina, mi ha fornito la seguente informazione: i Padri del Verbo Divino hanno scoperto negli archivi dell’Università Fu Jen, fondata a Pechino nel 1924, il manoscritto di una cantata, che reca il nome dell’autore anagrammato Nepridi. Essi lo hanno facilmente interpretato come Pedrini, musico di Corte. La cantata è stata trascritta ed eseguita.

di P. Luigi Chierotti, C.M.

[/accordion_item] [accordion_item title='UN MAESTRO PER I FIGLI DEL CIELO']

di FABIO ISMAN

Ha portato in Cina uno dei primi organi che il Sol Levante abbia conosciuto, e per decenni, tra alterne vicende, l’ha suonato almeno davanti a tre imperatori: Kangxi, Yong Zheng e Qian Long, al cui servizio era, riuscendo a diventare, di qualcuno tra questi “Figli del Cielo”, perfino il potente confidente; il suo viaggio, per arrivare dove Clemente XI, Papa Albani, lo manda in missione, è dei più rocamboleschi: in buona misura, sbaglia nave, invece che per le Indie, fa vela verso l’America del Sud, compie parte del tragitto per via di terra a piedi, e ci mette otto anni ad arrivare; in Italia (era nato a Fermo nel 1670), non ritornerà: muore a Pechino nel 1746; e quanto s’è salvato delle musiche che ha composto, è ancora lì, nella biblioteca della chiesa di Bei Tang, nella capitale cinese; al Quirinale, sulla scrivania del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che a giorni si recherà in Cina, è arrivata una copia di quegli spartiti: il Capo dello Stato ha voluto sapere di più su quest’italiano, incredibile pioniere del tutto dimenticato, che in Cina chiamavano Xinghan, Te Li-ko, Hsing-han.
Singolare e sconosciuta storia quella di Teodorico Pedrini: studia a Roma, al Collegio Piceno, e probabilmente ha tra i docenti anche Arcangelo Corelli, che allora componeva per Cristina di Svezia e per i cardinali Benedetto Pamphilij e Pietro Ottoboni (era maestro di musica al loro servizio), e la cui scuola avrà adepti di prima grandezza, quali Pietro Antonio Locatelli e Francesco Saverio Geminiani. Pedrini diventa un prete nel 1701: Congregazione della Missione, i padri Lazzaristi, fondata da san Vincenzo de’ Paoli. Gli è anche stato recentemente dedicato un romanzo francese ( Il mandarino bianco ): ispirato alla sua storia, gli affibbia compagne e amanti in ogni dove. Invece no: il povero Paolo Filippo Teodorico parte per la Cina, solo teoricamente (lo vedremo) per accompagnare la missione del vescovo torinese Carlo Tommaso Maillard de Tournon, senza averlo chiesto. I due volontari che s’erano offerti declinano; il Papa sa che l’imperatore ama ricevere artisti europei, e lo sceglie. Un destino sfortunato: da musicista, più che da prete. Tournon dà appuntamento alla propria legazione alle Canarie; nel 1702, Pedrini lascia Roma per Livorno; poi su un mercantile in Francia. Due navi lo rifiutano. Trova un passaggio solo due anni dopo; intanto, Tournon è già partito. Salpa a fine 1703: nave con 40 cannoni, 140 uomini di equipaggio, poppa dorata. Ma, saranno i forti venti o chissà che altro, fa rotta per le Americhe. Stretto di Magellano, Terra del Fuoco; tempeste; sbarco in Perù. Riparte di nuovo, verso il Guatemala; poi, via terra ad Acapulco; ancora in mare fino a Manila. Qui, trova cinque missionari: portano a Tournon (giunto in Cina anni prima; incontri con l’imperatore, fino alla reclusione a Macao, in mano ai portoghesi) la berretta cardinalizia. Due vani tentativi di salpare; in più, per la reclusione del vescovo, rischi, pericoli. Pedrini s’inventa capitano: pilota una nave tra tempeste durissime; approda a Macao il 3 gennaio 1710. Sei mesi dopo, il neocardinale cui ha recato l’insegna, lascia i vivi a 41 anni. Lui, invece, è precettato a Pechino: con padre Matteo Ripa, un napoletano che dipinge, alla corte imperiale. Dorata cattività, nella villa del “Figlio del Cielo”: vestiti alla cinese, tuniche di seta. Alla madre, scrive d’aver costruito strumenti, anche un organo a rullo che suona da solo, assai ammirato a Corte, e preparato una «orchestra di cappella». Suona per l’imperatore; insegna ai figli suoi e degli aristocratici. E compone: nel secolo ormai scorso, nella “Città proibita” c’erano ancora tracce delle sue composizioni corali.
A Pechino, resta la sua « opera III »: 12 sonate da chiesa e da camera (mescolate come già faceva Corelli), per « violino solo col basso »: «Stile piacevole e rigoroso, che risente dell’impronta di Corelli», spiega Bruno Cagli, presidente dell’Accademia di Santa Cecilia e musicologo famoso. Le altre sue composizioni, finora introvabili; ma in Francia, è stato pubblicato un suo compact disc . Completa anche un trattato musicale iniziato da padre Tommaso Pereira, un altro missionario, morto nel 1708. Sparite le tracce dei 21 monaci nestoriani giunti nel 635, e dei pochi francescani e domenicani del Duecento , il primo - si sa - è stato Matteo Ricci: 18 anni dall’arrivo in Cina per entrare a Pechino, è chiamato Li Madou, il primo a italianizzare in Confucio il nome di Kong Fu Zi , muore nel 1610. Altri seguiranno: «Nel 1697, si pensa di mandare una missione di 37 padri», spiega il lazzarista Luigi Mezzadri, docente alla Gregoriana; fino a Luigi Antonio Appiani, di Dogliani: 20 anni in carcere.
Segue Pedrini la cui vita, pur tanto devota all’imperatore, non è sempre facile. Era l’epoca della “guerra dei riti”: dal 1645, Roma proibisce quelli tradizionali cinesi; per i missionari, è difficile operare. Lui entra in conflitto con i gesuiti; lo stesso imperatore lo prende a bastonate, e lo incarcera perché, ossequiente ai divieti papali, non rende omaggio alla salma di sua madre; i gesuiti lo tengono anni in prigione, su ordine del Celeste Impero: chi dice in una cantina, chi in una stanza luminosa con due servitori. Ma Pedrini si riprende dalla disgrazia; chiede invano di tornare in Italia; con la vendita di strumenti e il denaro raccolto, acquista una casa per i futuri missionari: 70 grandi stanze e dieci cortili. Muore il 10 dicembre 1746, e il nuovo Papa Benedetto XIV Lambertini chiude intanto ogni apertura alle tradizioni cinesi: finisce una già massiccia penetrazione (250 mila convertiti nel 1670). Dal conflitto con i gesuiti, Pedrini non trae una buona stampa: è detto «irascibile», «d’igneo temperamento», perfino « huomo da niente » da un vescovo, missionario francescano. Ma le sue musiche, da poco riscoperte, sono stupende; e se il Capo dello Stato, che tanto ha voluto sapere di lui, gli facesse arrivare un fiore sulla tomba, magari anche con i colori di un Paese che - almeno geograficamente - è stato il suo?

Da il Messaggero / Cultura e Spettacoli
Mercoledì 1 Dicembre 2004

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