• Ultima modifica: Martedì 27 Febbraio 2018, 15:27:04.

P. Bendinelli Sergio

P. Bendinelli Sergio

P. Bendinelli Sergio
Stavo gustando il mio primo film di Buster Keaton, quando all’improvviso esclamai: “Bendinelli!” Tutti assentirono con una risata, compreso l’interessato. Quei gesti, quell’incedere studiato, quelle fasi svagate… Bendinelli tale e quale.
Appassionato di cinema, da ragazzo deve essere stato affascinato dalla figura singolare dell’attore comico americano; si mise ad imitarlo e lo imitò così bene da risultare la sua perfetta controfigura. Ma a noi appariva spontaneo e immediato e, perciò, originale a suo modo.
Qualche ricordo. Gli domandavi: “Come stai?”. Rispondeva: “Bene, male male”, quando con un sorriso disarmante non ti ‘mandava a quel paese’, con la boccaccia trasteverina.
Non s’aspettava il trasferimento da Siena a Zagarolo.
Alla svelta inscatolò le sue poche cose scrivendoci sopra, genialmente anagrammando, il suo indirizzo: Sernello di Zag, Bendizag Snello, Rolozag, e altre piacevolezze simili. “Ridi che ti passa”, pensai, aiutandolo a scaricare le scatole; e lui rideva come il bambino riuscito nel suo intento con l’arma delle bizze.
Sergio era un bambino colto. Conosceva bene diverse lingue moderne; a lui si ricorreva nelle difficoltà. Ed era colto in tante cose, teoriche e pratiche, e le esercitava senza farne sfoggio. Lo incaricarono di compilare l’indice analitico del Divus Thomas e delle Ephemerides Liturcicae: lavoro da certosini. Il primo fu pubblicato; il secondo bruciato. Di questo, costatogli mesi e mesi di indefessa fatica si rammaricò, ma accettò la sconfitta col solito buon umore. E se ne scordò.
Sergio era pronto all’obbedienza, anche quando gli assegnavano compiti fuori delle sue qualità. Ricordo un Venerdì santo: accettò la parte della ‘turba’ nel canto gregoriano del ‘Passio’, che richiede voce tenorile e vigorosa, lui con voce piuttosto flebile e bassa: stonava e calava, ma se la cavò come Dio volle.
Praticava spontaneamente tanti lavori a servizio della casa, anche nelle frequenti notti insonni. Fu lui a sistemare i corridoi di Casa Pia guastati dalla G.I.L.E., dagli ospedali italiano e tedesco e dai militari ‘alleati’ durante la seconda guerra mondiale.
Un confratello ritenutosi disturbato, nonostante la provata sordità, volle fargli uno ‘scherzo da prete’: gli scostò la scala. Segio dall’alto gli scagliò addosso la pennellessa e gli avrebbe rovesciato il secchio della vernice se fosse rimasto a tiro. Lo ridusse a un ‘ecce homo’.
Solerte come economo a Siena, sempre estroso fino al sacrificio, come quel giorno che si fece accompagnare sotto la pioggia in motorino fino a Murlo, per procurare il pane di cui la Comunità era rimasta priva. Con competenza e assiduità, ed anche a sue spese personali, aveva messo su una straordinaria collezione di francobolli. I competenti la valutarono in diversi milioni; fu venduta per una cifra irrisoria. Lui non si perse in rimostranze, ma gli rimase l’amarezza per molti anni.
Bendinelli ha passato la vita a curarsi varie malattie, con cucchiaiate di compresse, fino a 32 al giorno. Il fratello medico, durante un pranzo a Genova dove lavorava, vedendo quella batteria sul tavolo, con un gesto fulmineo la gettò nel secchio.
“Così guarisci!”, gli disse. Simpatico quel fratello, immagine speculare di Sergio, se, un giorno, venuto a Siena e trovato il cancello chiuso, s’arrampicò sul muro e s’infilò nella camera di Sergio senza bussare.
Lo stesso Sergio, una mattina che doveva recarsi in fretta a celebrare a S. Girolamo, non riuscendo ad aprire il cancello di Casa Pia per l’abbondante nevicata, si calò tranquillamente dal muro. Per lui era del tutto normale.
Era veramente malato, ma con la sua estrosità sapeva anche nascondere la realtà. D’estate portava sulla talare un maglione invernale; con la febbre alta, era capace di mettersi a lavorare in giardino per ore ed ore, talora anche sotto la pioggia.
Spesso (per non pensare ai suoi disturbi?) si assentava dalla refezione comunitaria, recandosi in ore insolite a racimolare qualcosa in dispensa. Vecchia abitudine: raccontava che in un collegio delle Suore di S. Marta, nelle colline toscane, prima di entrare nella nostra Scuola Apostolica a Roma, faceva le bizze nel mangiare, ma si rifaceva, poi, a modo suo con i frutti dell’orto. Un giorno le suore lo trovarono rintanato in giardino a masticare petali di rose. Simpatico allora, raccontavano le suore. Simpatico sempre. Credo che nessuno abbia mai avuto alterchi con lui, così mite e remissivo.
Si spense nell’infermeria di Siena, dopo lunga degenza sopportata in silenzio e senza perdere il consueto umorismo.

P. Gaetano Calenne, c.m.

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