• Ultima modifica: Martedì 16 Gennaio 2018, 09:25:05.

P. Menichelli Giuseppe

P. Menichelli Giuseppe

Il Signore ama i poveri, di conseguenza ama coloro che amano i poveri (S. Vincenzo)

PREGHIERA DEI POVERI DI DIO
Accogli, Signore, nelle tue mani la mia libertà,
interamente te la offro.
Accetta memoria, intelletto e volontà:
quello che ho e posseggo,
è dovuto alla tua liberalità.
A te lo rendo,
al beneplacito del tuo volere io lo rimetto.
Questo solo mi basta: fa' che ti possa amare:
E ricco di te, null' altro allora desidero,
null'altro in più ti chiederò.

«VIR ROMANUS SUM»
P. Giuseppe Menichelli era una delle presenze direi scontate, di cui conoscevamo l’umore (era uno che pensava sempre positivo), il tifo, la cultura, l’amore per i poveri e per la comunità, la dedizione. Era uno che c’era sempre. Quando si veniva a Roma, si sapeva dove trovarlo, come si sapeva dov’era il Cupolone o Piazza del Popolo. Per molti anni ci ha raccontato della guerra, del concilio (« noi quando facevamo il concilio… »), delle vicende della comunità, sempre con qualche sonetto del Belli a commento. Era un uomo di spirito, non nel senso che avesse battute folgoranti, come invece era padre Giuseppe Giornelli (anche lui tifoso feroce, anche se su altra sponda), ma perché aveva la capacità di raccontare sempre qualche cosa d’interessante, di commentare un fatto con una citazione o un ricordo, di sciogliere il silenzio di un pomeriggio di mezza estate senza novità. Non aveva spirito “geometrico”. Credo che la matematica non fosse il suo forte. Sempre rifiutò telefonini e computers. Ma aveva esprit de finesse. Non era pesante, moralista, bacchettone. Non lo si poteva dire “conservatore”. Ma nemmeno “progressista”. Aveva una salute di ferro. E una memoria invidiabile. Fino all’estate 2001 non ebbe smagliature. Ai vespri correva come un treno. Durante la giornata era sempre vivo, attento, frizzante. Faceva le sue passeggiate quotidiane. Era un rito. Ricordo che molti anni fa gli avevano dato un Contapassi. Ma non ne aveva bisogno. Ultimamente c’eravamo accorti che il rito si era abbreviato. Ma non ci si era allarmati. Il look era sempre lo stesso. Come il suo umore. Nell’estate poi del 2001, dopo lo scudetto della Roma, che stranamente non festeggiò con l’abituale munificenza, chiese d’andare a Siena. Due volte. E fu nella città di S. Caterina e S. Bernardino che si spense. Sereno, lucido, consapevole, orante.

* * *

Era nato il 4 aprile 1916 a S. Oreste (Roma) sul Soratte (« candidum alta nive Soracte »: Orazio), ma sempre si disse romano. Romano (« vir romanus » come S. Paolo) lo era per spirito, per scelta, per cultura. Aveva una cultura umanistica raffinata e conosceva Roma, soprattutto la Roma classica, che in giovinezza gli eventi medatici gli avevano detto che si era redimita di gloria imperiale. Quando conduceva qualcuno in visita ai Fori imperiali, faceva rivivere vicende e leggende, citava autori, declamava poeti. Conosceva bene anche la Roma cristiana. Sapeva tutto su feste, tradizioni, opere d’arte. Stranamente non era molto assiduo agli ambienti felpati di Curia. Forse perché in vita sua non aveva mai pensato alla carriera. Un difetto?
Era entrato giovanissimo nella Scuola Apostolica, allora al Leoniano, poi era stato ammesso in comunità l’8 settembre 1932. Aveva iniziato gli studi al Seminario Romano, poi al Collegio Alberoni di Piacenza aveva completato la teologia (1936 1940). Tornato a Roma, ove era stato ordinato sacerdote (29 ottobre 1939), si era laureato in lettere e specializzato in Filologia classica con il prof. Funaioli, allora una celebrità. Fu suo assistente per qualche tempo e contemporaneamente insegnante nella Scuola apostolica.
Era compagno di padre Giuseppe Morosini. Ci raccontava la parabola di questo confratello. Era stato fascista e cappellano militare. Ma sul fronte aveva capito che il fascismo era un grande imbroglio. Tornato, si era scontrato con la pochezza dei gerarchi. L’8 settembre l’Istituto di orfani affidato alle Figlie della Carità che era vicino alla casa di S. Silvestro al Quirinale, fu letteralmente saccheggiato non dai ladri, ma dai gerarchi. Esplose l’indignazione. E si schierò con la resistenza. Dei confratelli ricordavano che andando a confessarsi da lui, avevano visto in camera sua dei mitra o dei fucili. Qualcuno ricordava di aver toccato con ammirazione e rispetto quel metallo brunito. Un mitra per un adolescente non è arma di morte, ma un varco verso la maturità. Era generoso ma imprudente. E questo padre Menichelli lo faceva notare. Padre Morosini trovò il suo Giuda. I tedeschi circondarono il Leoniano, trovarono le armi nascoste in biblioteca (una grande trovata!) e arrestarono Morosini, che fu poi processato e fucilato a Forte Bravetta di Roma. Nel dopo guerra gli fu conferita la Medaglia d’Oro.
Dalla guerra la comunità uscì a pezzi. I missionari non erano stati ben guidati. Per fortuna c’erano energie nuove. Una di queste era il trentenne Menichelli. Per alcuni anni fu direttore del Convitto ecclesiastico e incaricato di aiutare il Visitatore per le Dame. All’epoca del visitatorato di Amedeo Rossi prese in mano i gruppi di Dame e Damine. Era giovane, aveva un modo di porgere moderno. Non certo paragonabile a quello della formazione scolastica del suo tempo. Allora il massimo di aggiornamento del clero era citare Dante e Manzoni. Oltre a S. Tommaso. Era politicamente scorretto leggere i romanzi. E citarli. È chiaro che questo giovane missionario ebbe successo. Dal 1947 gli fu affidata la direzione degli Annali della Carità. Fu un animatore e ispiratore dei gruppi. È incredibile l’attività in favore dei gruppi d’impegno caritativo vincenziano (Dame appunto, poi Volontariato Vincenziano e Conferenze). Rianimò associazioni, altre ne fondò. A Roma il nome del p. Menichelli era associato a quello della “carità”. Per questo fu chiamato sia nel sinodo come per il concilio Vaticano II a dare il suo contributo d’esperienza in tale ambito. Quando poi fu fondata la Caritas sia nazionale che diocesana, ancora una volta Menichelli fu chiamato a partecipare la sua esperienza. Per i suoi gruppi ogni anno pubblicava un volumetto di carattere formativo. Fino alla morte ne pubblicò 37, per un totale di 49 titoli. Una ricca antologia è contenuta nel volumetto Una carità in cammino (CLV Edizioni Vincenziane, Roma, 2000).
« Dimmi cosa pensi, e ti dirò chi sei ». Il pensiero è la parte più segreta di una persona. Il suo “cuore” segreto. Ciò che uno desidera e sogna. P. Menichelli aveva molteplici interessi. Ma il suo “cuore” segreto era per la carità. Per tutta la vita ha riflettuto su questo argomento. E ha scritto.
Il volume Una carità in cammino si apre con la presentazione di Gesù:

« Gesù è il più grandioso paradosso… S’aggira quasi sempre fra la povera gente, pescatori e contadini: cerca con particolare premura i pubblicani, le meretrici, e gli altri reietti della buona società. Fra questa gente opera miracoli, in gran numero e di vario genere… Agisce per meno di tre anni… La sua azione consiste nel predicare una dottrina che non è né filosofica né politica, ma esclusivamente religiosa e morale. Questa dottrina è quanto di più inaudito sia stato affermato nel mondo. Sembrerebbe una dottrina costituita con gli scarti ripudiati concordemente da tutte le filosofie. Ciò che per il mondo è male, per Gesù è bene; ciò che per il mondo è bene, per Gesù è male ».

Dunque per lui il Cristo è il Cristo dei poveri. Scrive più avanti:

« L’avvenire della Chiesa, l’avvenire del Regno di Dio, si decide in mezzo ai poveri della terra. Di questo ci si può rendere conto viaggiando per il Sud Africa, per l’Asia, per l’Est Europa, nelle Filippine, nel Sud America ».
Notiamo per inciso che lui non ha mai viaggiato molto. Ma ha letto molto, ha conosciuto molto, si è interessato molto.
Se la carità è Dio, Dio è il Tutto, e la carità è tutto. La carità non è ciò che si può fare per gli altri, ma ciò che Dio fa per noi:

« L’impegno caritativo appartiene all’ordine della rivelazione (come Dio guarda all’uomo!), non soltanto a quello della risposta dell’uomo alla rivelazione di Dio. Questo è vero se per Vangelo si intende non anzitutto come l’uomo deve porsi dinanzi a Dio, ma come Dio si pone dinanzi all’uomo. Come Dio guarda e ama l’uomo: questa è la lieta notizia! La “misericordia” di Gesù è la rivelazione di come Dio guarda l’uomo. E così dev’essere l’impegno caritativo cristiano ».

Dunque Dio al centro, poi il suo inviato, Gesù Cristo, poi la Chiesa. C’è una pagina affascinante. Da antologia. Eccola in parte:

« La Chiesa non diventerà la “Chiesa dei poveri” e il “Sacramento di Cristo Povero” attraverso decisioni giuridiche o sotto l’influenza di pressione estrinseche. Ciò che è richiesto alla Chiesa è una conversione progressiva nel senso della povertà. Strettamente parlando, non ci si converte alla povertà: è Dio che ci converte. Non ci può essere una conversione forzata: bisogna lasciarsi convertire. Bisogna guardare a Cristo: bisogna ascoltarlo, senza ragionare, senza troppo discutere, finché lo spirito di povertà penetri in noi. E questo spirito di povertà Dio lo deve comunicare a tutti i cristiani senza eccezione. Le realizzazioni esteriori saranno poi diverse a seconda del dono diverso che Dio fa a ciascuno: “C’è diversità di doni spirituali, ma lo Spirito è lo stesso” (1 Cor 12, 4). “I poveri li avrete sempre con voi!”. Queste parole di Gesù suonano per molti come una condanna. Quasi che l’uomo, per quanto faccia, non riesca mai a risolvere definitivamente il problema dei poveri e della povertà. Per noi cristiani la presenza del povero deve avere un altro significato. Ben inteso: anche noi cristiani dobbiamo adoperarci a combattere la povertà e liberare l’uomo da ogni forma di sofferenza. Ma l’angolo di visuale è molto diverso. Per il mondo e la società civile il povero è solo un problema da risolvere, è una seccatura, è un assurdo: la presenza del povero è una testimonianza permanente della incapacità e dell’impotenza di liberarsi da una piaga permanente. Per noi cristiani il povero è innanzi tutto una persona da amare, è un fratello da comprendere e da aiutare. Le varie forme di povertà e di miseria sono per noi tante occasioni per manifestare ciò che di meglio abbiamo dentro dal punto di vista umano: non si tratta solamente di pietà e compassione, ma di amore autentico che prende a cuore la causa del fratello, che intende sollevare da una condizione di insufficienza e di debolezza ».

Dunque Dio e Chiesa sono correlati ai poveri. Ma i poveri sono un dramma. Un dramma che ci tocca, che vive e si consuma accanto a noi. Che non possiamo evitare:

« In un’Europa ricca e progredita se ne contano 50 milioni; nell’Italia che si allinea fra i sette paesi più industrializzati del mondo si parla di 10 milioni o pressappoco. Dinanzi a queste categorie di persone qual è l’atteggiamento della società? ».
La risposta la conosciamo. Dopo il tramonto del messianismo comunista, ecco la ricetta capitalistica. P. Menichelli avvertiva che anch’essa non bastava. Per un problema sovrumano, non basta una ricetta “umana”. A indicarci la strada non è un pensiero geniale. Non è l’unione dei popoli ricchi. La via ce la indicano i poveri:

« I poveri diventano evangelizzatori. Essi sono i soli a poter dire una parola di fede, senza la quale il messaggio resterà troppo incompleto…È ai piccoli, a coloro che non possono parlare e che non li si lascia parlare che è data la parola di Dio, perché essi annunziano il suo Regno. La follia della Croce è morte per l’intelligenza dei saggi, di coloro che non capiscono la Parola. Una riflessione sulla fede che non passi attraverso questa follia, questa morte, anche per la rivelazione dei poveri, sbaglia la strada (Gutierrez). E la Chiesa dei poveri, la parte più martire dell’unica Chiesa, diviene evangelizzatrice e missionaria. Perché la povertà è come una grande luce in fondo al cuore (R.M. Rilke) ».

Il pensiero di padre Menichelli affronta i problemi da un punto di vista proprio del pastore. Non è rivoluzionario, non è protestatario, non è profetico, non è apocalittico. Con chiarezza indica le vie alle nostre comunità per essere una Chiesa per i poveri e dei poveri:

« Come pensare all’amore di Dio di fronte a persone che non hanno avuto nella loro vita che esperienze di sofferenze e di sconfitte? I poveri hanno il diritto di sapere che la loro “sfortuna” non proviene da una maledizione di Dio, ma che è conseguenza dell’egoismo degli uomini che sembra non possano astenersi dallo schiacciare e dall’umiliare i deboli. I poveri hanno diritto di sapere dalla Chiesa che sono i preferiti dal Padre e che Gesù è venuto a condividere le sofferenze più umilianti e che può quindi comprenderli e li chiama ad aver coraggio e ad essere fiduciosi. Nella pastorale dobbiamo arrivare a mettere insieme queste tre dimensioni fondamentali della vita cristiana: 

  1. La Liturgia dei Sacramenti che parte dalla vita e che celebra la presenza del Cristo totale: testa e membra.
  2. La Spiritualità che contempla la Passione e la Risurrezione di Cristo nel volto dei più poveri.
  3. L’impegno socio politico che permette ai più poveri di mettersi in piedi per servire Gesù nel suo combattimento per la giustizia ».

Nei suoi scritti appaiono come lampi nella notte le grandi domande del nostro tempo. Quella degli stranieri: « La storia biblica, inaugurata da Abramo, è quasi immediatamente impostata sotto il segno dell’errare, del peregrinare ». Poi degli esclusi, del dolore malato, della solitudine.
L’attitudine verso tutte queste forme di bisogno viene capovolta da p. Menichelli, che ha considerato i poveri come nostri maestri:

« Facilmente il povero è considerato allora come il termine della nostra azione di soccorso; noi abbiamo qualcosa da dare a lui; il povero è colui che riceve. Così il povero è qualcosa di passivo, di dipendente da noi, perché noi lo avviciniamo per ciò che non ha, per quello di cui manca.
Un tale tipo di approccio è evidentemente riduttivo; perché è basato su di una reazione emozionale naturale. Bisogna che noi ci purifichiamo da questo modo di realizzazione che consiste nel lasciarsi colpire dall’uomo ferito e sofferente.
Il pregiudizio, secondo il quale noi abbiamo sempre qualcosa da dare al povero, crea un dislivello e qualche volta anche una barriera tra il povero e noi.
Il povero ha la sua ricchezza. Egli possiede la profonda dignità di una creatura di Dio con un destino eterno. Egli è prezioso come ogni realtà che esce dalle mani di Dio.
Il povero, anche se spesso non ne ha coscienza, possiede la dignità della persona umana: egli è soprattutto e innanzi tutto un soggetto, un interlocutore che interpella e con il quale bisogna trattare.
Il povero è un soggetto col quale bisogna intraprendere l’avventura della giustizia e della carità. Ciò è in perfetto accordo con la tradizione vincenziana, secondo la quale i poveri devono essere riguardati come “dei maestri che predicano con la sola loro presenza”.
Questo magistero dei poveri nasce fondamentalmente dalla loro condizione stessa. Nella sua debolezza, il povero rivela la condizione esistenziale dell’uomo, la sua radicale impotenza ».

Tutto questo è stato importante. Detto poi da una persona “normale”, che non ha mai avuto bisogno di vestire da istrione per parlare dei poveri.

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Dal 1970 ebbe anche la direzione degli Annali della Missione. Questa rivista era nata come traduzione degli Annales de la Congrégation de la Mission et des Filles de la Charité francesi. Poi con il padre Marina erano diventati autonomi. I fascicoli, generalmente trimestrali, facevano il punto sulle iniziative vincenziane italiane (celebrazioni, storia di case e di opere, racconto di missioni, necrologi…). Poi gradualmente la rivista cominciò a pubblicare articoli di carattere formativo. Fondato il Gruppo di Animazione Vincenziana (1976) ogni anno accolse gli atti dei convegni, a cominciare dal primo incontro, tenuto a Napoli, cui parteciparono solo due suore, fino ai successivi, in cui le suore surclassarono le altre componenti della Famiglia vincenziana.

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La cessazione della pubblicazione degli Annali la prese male. Ma non lo disse troppo. Non era un rancoroso protestatario. Quando uscì il primo numero della nostra rivista non mostrò particolari emozioni. Ma ormai era come assorto altrove. Sembrava aspettasse qualcosa o qualcuno. L’incontro avvenne nell’infermeria della comunità a Siena, la casa voluta da mons. Marina, il 16 novembre, all’età di 85 anni. Appena venne la notizia della sua morte, mi vennero in mente le parole del Vangelo: « Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? » (Mt 11, 8).
Lascio tronca la citazione. Ognuno saprà completare la frase. Essa accenna a un « di più ». E questo essere « di più » lo ha guidato per tutta la vita, dal momento che si sentiva consapevole di non essere stato « abbastanza ».

Luigi Mezzadri, c.m.

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