• Ultima modifica: Martedì 01 Maggio 2018, 16:32:30.

Fondazione Firenze c.m.

STORIA E OPERE
DELLA CASA DELLA MISSIONE DI SAN JACOPO SOPR'ARNO

La fondazione della casa della missione di Firenze di  S. Jacopo sopr'Arno

In una lettera del 4 febbraio 1650, inviata da Vincenzo de' Paoli a René Alméras, superiore a Roma, si parla per la prima volta della possibilità di fondare una casa della Missione a Firenze. L'invito era giunto da una persona che lo scritto non menziona. Occorreva che la Congregazione richiedesse esplicitamente il permesso per la fondazione, ma questo era contrario all'abitudine della comunità vincenziana, che aveva per norma di non ricercare alcuna fondazione né direttamente, né indirettamente, quindi la proposta non venne accolta.
Passarono circa cinquant'anni e questa volta l'iniziativa fu presa da Cosimo III, granduca di Toscana. Ignoriamo come avesse conosciuto la Congregazione della Missione, tuttavia è possibile supporre che ne avesse avuto l'opportunità in occasione dell' Anno Santo del 1700, durante la sua permanenza a Roma, dove la comunità vincenziana era apprezzata ed il Prete della Missione Pellegrino de Negri (1657-1742) aveva avuto l'incarico di predicatore apostolico da Clemente XI (1700-1721). È quindi comprensibile la stima che egli nutriva per i vincenziani e che diceva essere « dovuta al merito et alla pietà di così buoni religiosi ».
Dal tenore di alcune lettere indirizzate dal Granduca ai ministri, si deduce che fin dal 1701 egli pensasse di stabilire la comunità a Firenze per la formazione dei sacerdoti. Ritroviamo questo medesimo motivo nella supplica inviata nel 1703 a Papa Clemente XI nella quale sosteneva come l'introduzione della Congregazione della Missione nel Granducato fosse necessaria per «sovvenire e rimediare a' bisogni di quel numeroso clero».
Il problema principale che Cosimo III dovette affrontare fu la sistemazione della nuova comunità in un locale sufficientemente spazioso e con rendite adeguate alle attività che, in seguito, le sarebbero state assegnate. Il Granduca pensò alla chiesa di S. Jacopo Sopr' Arno e all'adiacente monastero, che erano situati nell'omonimo borgo, sulla riva sinistra del fiume fiorentino, nei pressi del Ponte Vecchio.
Non si sa di preciso quando fossero iniziate le trattative con la Congregazione della Missione, ma è certo che nell' aprile 1701 Cosimo III, scrivendo ai suoi ministri, parlava già della prossima sistemazione dei missionari a S. Jacopo Sopr' Arno. Occorreva tuttavia risolvere il problema, di difficile soluzione, inerente ai Canonici Regolari di San Salvatore che vi risiedevano dal 1575. A tale scopo, nella stessa supplica inoltrata al Papa per ottenere i Preti della Missione, domandò la soppressione dei predetti Canonici che da molti anni non avevano vocazioni. Trattandosi della soppressione di una comunità e di trasferirne i beni ad un' altra, la questione risultava piuttosto complicata, quindi Clemente XI la rimise allo studio di una commissione composta da sei cardinali: Carpineo, Vicario della diocesi di Roma, Colloredo, Gran Penitenziere, Sacripanti, Promotore, Paolucci, Segretario di Stato, i cardinali Sperelli e Imperiali. Come segretario fu scelto monsignor Fabroni, Segretario della Congregazione della Disciplina. Dopo attento esame, la commissione diede il parere favorevole con un decreto del 25 luglio 1703; a questo fece seguito la bolla papale del 1 settembre Religione Delecti, che risolse la questione.
Possiamo chiederci se il Papa avesse la facoltà di sopprimere una comunità per favorirne un'altra. La risposta è senz'altro positiva, se si considera che i Canonici Regolari, in quanto religiosi, per il voto di povertà emesso, non avevano un vero dominio sui beni che possedevano, ma erano solo amministratori, soggetti alla S. Sede.
La scelta della Congregazione della Missione, da parte di Cosimo III, fu approvata da alcune comunità religiose che ne apprezzavano le attività e lo spirito. Le trattative con i Canonici Regolari di S. Salvatore, si prolungarono per molti anni. In quel momento risiedevano a S. Jacopo sette sacerdoti e due fratelli coadiutori che inizialmente rifiutarono di dare le informazioni necessarie circa i beni del monastero ed in seguito presentarono le loro rimostranze al Granduca.
La bolla Religione Delecti di Clemente XI aveva previsto che i Preti della Missione pagassero i debiti lasciati dai Canonici ed i viaggi che questi avrebbero intrapreso per raggiungere un'altra destinazione. Benché tutto fosse avvenuto regolarmente, i Canonici, nella persona di Adamo Rosi e Giovanni Arcangelo Baglioni, abati di S. Jacopo (il primo dal 1694 al 1700, il secondo dal 1700 al 1703), fin dal 1705 intentarono, davanti all' arcivescovo di Firenze, un processo contro i missionari, adducendo come motivo l'obbligo di questi di pagare lire 4250 all' abate, in quanto gli spettavano per « uso antichissimo », e altre somme meno rilevanti. I Preti della Missione furono assolti (1722) e allora i Canonici si appellarono alla nunziatura. La lite si protrasse per più anni e fu particolarmente viva dopo la morte di Clemente XI (1721) e di Cosimo 111 (1723); ma, in seguito agli interventi degli arcivescovi di Firenze e di Pisa, dei vescovi di S. Miniato, Fiesole, Volterra, Prato e Pistoia, che spedirono lettere commendatizie a Benedetto XIII (1724-1730) e al Segretario di Stato, Paolucci, il Papa dichiarò che le cose dovevano rimanere come erano state stabilite nel 1703. Le due parti firmarono la Transazione sopra la lite col Reverendissimo p. Abbate Canonico Regolare il 20 aprile 1731. Ai Preti della Missione fu chiesto di pagare 140 ducati «in moneta d'oro e d'argento » e in tal modo la diatriba venne definitivamente conclusa.
I primi missionari giunsero a Firenze il 15 settembre 1703. Erano quattro: Pier Francesco Giordanini in qualità di superiore, il portoghese Giuseppe Gomez Costa (1667-1725) e due fratelli coadiutori, Domenico Magnanico e Giovanni Maria Pelli. Possiamo pensare che sulla fondazione e sull' avvio di questa casa abbia influito il Giordanini, con la sua esperienza e la sua capacità di uomo di governo.
Nelle Osservazioni sopra l'Istituto e governo della Congregazione della Missione, sottolineava come fosse indispensabile che i soggetti, inviati per una nuova fondazione, fossero meglio istruiti, di quanto non fosse stato fatto fino a qual momento, sul modo di comportarsi con i vescovi, i fondatori, gli ecclesiastici e sulle attività che avrebbero svolto. Ricordava, inoltre, che, pur essendo di solito le nuove case non sufficientemente capienti per svolgere tutte le funzioni della congregazione, tuttavia, occorreva cercare un' adeguata soluzione, senza ricorrere subito alla costruzione di nuovi edifici. Per Francesco Giordanini i mezzi migliori per dar credito ad una nuova fondazione consistevano nella modestia dei soggetti quando erano in pubblico, il silenzio in casa, il tratto umile e alieno da ogni fasto, la pulizia dell' abitazione, la stima delle altre comunità religiose, la realizzazione nel miglior modo possibile dei compiti assegnati e, soprattutto, era necessario mantenere sempre buone relazioni con tutti.
Mediante il libro mastro, dove il superiore della casa annotava le "entrate" e le "uscite", è possibile sapere se Cosimo III sia intervenuto per sostenere le prime spese per l'apertura della fondazione e chi agisse da intermediario tra la comunità ed il Granduca. Nel primo anno furono annotati parecchi interventi da parte del sovrano, attraverso il conte Fede, ambasciatore toscano a Roma e, successivamente, per mezzo del priore Caramelli, segretario di Cosimo III. I missionari ricevettero contributi per sostenere le spese dei viaggi intrapresi per aggiungere Firenze, per l'acquisto dei mobili, per le bonifiche dei poderi e per la retta di coloro che partecipavano ad un corso di esercizi. Il Granduca intervenne, inoltre, per la costruzione di molte stanze e la ristrutturazione della chiesa, disegnata dal Foggini architetto di Cosimo III e della facciata della casa posta in piazza Frescobaldi.
La casa di S. Jacopo aveva molte rendite; alcune provenivano dai beni appartenuti ai Canonici Regolari e corrispondevano a 1837 scudi fiorentini, ricavati da boschi, censi, fitti, livelli e pigioni di case, poderi. Un libro compilato nel 1727 ed alcune note ad esso allegate ci permettono di conoscere i beni che possedeva la casa della Missione di Firenze. Innanzitutto aveva molti poderi allivellati: S. Donato a Piazzale, S. Croce, Campore con la chiesa di S. Michele, Romite e Romituzze, Pilucca, Rocca, Monte Asinano, Pietre Buone con il mulino e la fornace, Chiarchiarelli. Il podere di Ronta era « il più bello di tutto il Mugello per i prati, i boschi ed i castagneti ».
Ai missionari appartenevano la chiesa di Mosciano ed i beni ad essa annessi, comprendenti sette poderi e i boschi limitrofi, con la facoltà di riscuotere la decima consistente in venti sei barili di vino e ventisei staia di grano. Alle terre fertili se ne alternavano altre che non fruttavano, come le vigne di Sesto e di Paterno che, « ridotte a terreno sodo ed infruttifero e luogo ove passavano gli armenti », furono trasformate in castagneti. Alcuni latifondi vennero suddivisi in poderi distinti ed i contadini che vi abitavano, furono forniti di mezzo seme di aglio per la semina. La fattoria di Cerreto Guidi era condotta dai fratelli coadiutori della Missione; tra questi Francesco Giovanni Falla (1669-1737), che rimase trentatré anni nella casa di Firenze, nella qualità di fattore, ed Angelo Colucci (1670-1748). Le rendite della casa di S. Jacopo provenivano pure dai lasciti di alcuni benefattori che richiedevano in cambio un certo numero di Messe da celebrarsi in determinate cappelle. Alcune case situate a Firenze e nei dintorni della capitale pagavano la pigione alla congregazione, fornendo una rendita annua di 889 scudi. A queste si devono aggiungere le entrate provenienti dai Monti redimibile, della Pietà e delle Graticole. Dal 1704 il Monte del sale ne forniva gratuitamente molte staia. Lo Scrittoio Regio interveniva pagando le rette per i sacerdoti ed i laici che si recavano dai missionari per gli esercizi spirituali. Il contributo, soppresso con il governo di Francesco Stefano di Lorena e la Reggenza da lui costituita, fu sostituito con ottomila scudi donati da Domenico Chiavistelli, affinché la Congregazione della Missione potesse acquistare dei beni e con le rendite ottenute continuasse a predicare gli esercizi sia ai sacerdoti che ai laici. I legati che permettevano di predicare gratuitamente le missioni erano quattro: Bianciardi per Castellina nel Chianti 119, Sansone per Terra del Sole, Placidi per la Maremma e Chiavistelli per tutte le altre zone del Granducato.
Le rendite servivano per soddisfare gli impegni assunti con il contratto di fondazione. Il convitto ecclesiastico, fondato nel 1704, era un seminario esterno del quale si occupavano quattro sacerdoti.
Agli studenti venivano tenute lezioni di filosofia, teologia dogmatica, teologia morale, Sacra Scrittura e liturgia. Nel periodo, compreso tra la fondazione della casa e la soppressione avvenuta nel 1808, frequentarono il convitto novecentonovantadue giovani. Un sacerdote si dedicava alla "Congregazione dei chierici" che si riuniva ogni domenica per la meditazione e l'ascolto di un discorso di teologia morale sui doveri dei sacerdoti. La "Conferenza ecclesiastica", istituita il 2 gennaio 1743, in seguito al suggerimento di Giovanni Battista Bruni, priore di S. Felicita, si riuniva settimanalmente nel periodo compreso tra il primo lunedì del mese di gennaio e l'ottava della natività di Maria. A S. Jacopo, il clero « apprendeva il modo di cantare le divine lodi e di celebrare le sacre funzioni ». Per gli ordinandi, i parroci ed i confessori, venivano predicati gratuitamente gli esercizi spirituali più volte l' anno. In Avvento e Settuagesima si tenevano i ritiri per venticinque persone di ogni grado; invece nella settimana di Passione venivano accolti quaranta nobili e cittadini. Il governo ed il vescovo, a volte, mandavano i preti che non compivano i loro doveri ecclesiastici e ad essi un sacerdote predicava gli esercizi spirituali. Nelle missioni popolari erano impegnate generalmente due "squadre", che in caso di necessità diventavano tre.
Per l'istruzione dei missionari impegnati nella formazione del clero e nella predicazione nelle campagne, la casa della Missione possedeva una biblioteca che pare fosse ben fornita, poiché con la soppressione di S. Jacopo e l'occupazione di Firenze da parte dei Francesi, molti libri furono trasportati nella Corte imperiale. È possibile individuare alcuni testi utilizzati per gli studenti e per la formazione dei Preti della Missione attraverso i resoconti delle "Entrate-Uscite", anch' essi sequestrati durante l'occupazione francese ed attualmente conservati nell' Archivio di Stato di Firenze.
L'analisi dei libri, presenti in una casa della Missione, permette di conoscere i centri d'interesse dei Preti della Missione in genere e l'orientamento nella formazione. Infatti i missionari non portavano con sé, da una casa all' altra, i libri per la lettura. Questi venivano conservati in un ambiente chiuso e sorvegliato dal "prefetto" della biblioteca.
L'analisi del libro mastro, dove sono state segnate le spese effettuate negli anni 1703-1705, ci ha permesso di identificare circa trenta opere. Gli autori appartenevano in prevalenza alla Compagnia di Gesù. I libri provenivano da Venezia, Bologna, ma anche da Parigi con notevole dispendio per il loro acquisto e trasporto. In alcuni casi, poi, era necessario rilegare i volumi comperati. Nel libro mastro viene segnalata più volte la rilegatura di alcune copie dell' Enchiridion di Jean Buys.br> Nella "biblioteca della casa di S. Jacopo Sopr' Amo si trovavano i commenti all' Antico Testamento di S. Agostino e quelli al vangelo di Luca di S. Bonaventura. La teologia dogmatica era rappresentata da Louis Abelly, legato alla comunità vincenziana, dal Becano e dal Breviarium theologicum del Polman.
Nei secoli XVII e XVIII la predicazione doveva servire per illuminare il comportamento del cristiano e indurlo ad una vita coerente al Vangelo; a tal fine si dava grande rilievo alla teologia morale. Anche le poche opere della casa di S. Jacopo, che siamo riusciti ad identificare, confermano questa preoccupazione. I contenuti della predicazione si ispiravano ai trattati dei Gesuiti Cardenas, Layman, Toleto, beato Campion, Manni.
Facevano parte della biblioteca: cinque copie delle Consultationes canonicae del canonista Pignatelli, il Catechismo Romano, il Cathechismus historicus del Fleury, l' lstoria universale di tutti i concilii del Battaglini.
Il settore liturgico, particolarmente importante per i missionari che insegnavano ai sacerdoti le cerimonie, era rappresentato dal Gavanti, dal Baudry, dal Durand e da altre opere minori non facilmente identificabili. Per la preparazione del clero si utilizzava anche l'lnstructiones ad confessarios di Carlo Borromeo e l' lnstrucion de sacerdotes del Molina. Il Pinamonti, autore vicino alla sensibilità missionaria vincenziana, era presente con tre opere: gli Esercizi spirituali per i secolari, una Raccolta di operette spirituali ed il Direttore indicato per la formazione dei direttori spirituali. Vi figurano anche le Prediche e la Guia de pecadores del domenicano Luis de Granada (+ 1588) il Compendio dello Spinola e Gli stimoli al Santo timor di Dio del Casalicchio. Per lo studio della filosofia veniva usato il Commentarius di Pierre Barbay.
Nel periodo preso in esame (1703-1784) nella casa di S. Jacopo Sopr' Amo si avvicendarono sedici superiori. Pier Francesco Giordanini rimase solo due mesi; Bernardo Scaramelli e Michele Briccolani tornarono una seconda volta; Giovanni Vigliani 157 e Francesco Filippi morirono a Firenze, mentre erano superiori della Casa di S. Jacopo. Alcuni ebbero incarichi importanti nell' ambito della Congregazione della Missione, o come assistenti generali o come visitatori delle due province italiane.

da: “I preti della Missione della Casa di Firenze e le Missioni popolari in Toscana dal 1703 al 1784 di Adele Bollati, FdC, pagg.11-36, C.L.V. Edizioni Vincenziane, Roma 1995. 

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