• Ultima modifica: Martedì 01 Maggio 2018, 16:32:30.

P. Tosi Giuseppe

Il Missionario che più d'ogni altro edificò la Casa di Firenze colle singolari sue virtù fu il Sig. Giuseppe Tosi. Nato in quella stessa città nel 1769, ivi pure venti anni appresso veniva aggregato alla Congregazione della Missione, distinguendosi sempre singolarmente per l'esatta osservanza delle regole e per lo spirito di mortificazione, di cui diede luminosissime prove, specialmente allorché nel 1799 venne cacciato il Gran Duca Ferdinando II.
Fu allora che il Sig. Tosi, profondamente afflitto, al vedere la sua patria in balia di un governo prepotente, che continuamente angariava il povero popolo, mentre ne piangeva in suo cuore e ardentemente pregava per istornare dalla città sì terribili flagelli, a placare la divina Giustizia si diede a grandi penitenze. Parve al momento che apparisse un lembo di sereno, che sul trono fu innalzato Luigi di Borbone, ma non fu che uno sprazzo di luce, a cui seguì tosto un'oscurità più fitta, poiché la Toscana ebbe ad averne maggiori danni: e tra l'altri la soppressione degli Ordini Religiosi.
Continuando pertanto le vessazioni dei francesi, continuavano pur anche le austere penitenze del Tosi, tanto più al vedere che l'asilo di pace, in cui dianzi abitavano i Missionari, era stato ridotto a quartiere di gendarmi, la Chiesa a fienile, ed egli con tutti i Confratelli costretto dapprima a stare confinato a Vallombrosa, ritornato dopo in Firenze presso i Padri Filippini, ivi soggiornò finché la sua patria non fu liberata dal giogo straniero che opprimeva l'Europa tutta. Ritornata quindi la calma, Potè di bel nuovo gustare la deliziosa vita di comunità, ma per riattare la Casa dovette arrabattarsi e non poco; fidente però in Dio, venne a capo di tutto. La Divina Provvidenza poi sensibilmente gli porse aiuto, che - senza punto averne fatto richiesta - gli si presentò uno sconosciuto, esibendosi a fornire il grano. per un anno, come pure per un anno. provvide ai missionari la elemosina delle Messe, che egli medesimo faceva celebrare, e finalmente corredò la Casa di quaranta letti, di biancheria e coperte sì da inverno che da estate.
A questo tratto di speciale provvidenza, s'aggiunsero ben presto altre generose offerte da parte della cittadinanza, sicché la casa - dopo un anno da che si era ristabilita - ebbe a trovarsi in tale stato oda non dovere invidiare il passato..
Così ricomposta la famiglia, egli si diede tutto. - come per l'addietro. - alle opere del nostro. Istituto, e ad occuparsi nell'assistere tanta Povera gente che a lui ricorreva, senza lasciargli un momento di tregua. Ma ben presto dovette fare il sacrificio di lasciare la città natale perché dal Visitatore Baccari fu chiamato ad esercitare interinalmente l'ufficio di Direttore del Seminario Interno. Peraltro vi durò ben poco, che il Sig. Nicolò Pesante, Superiore di Firenze, vecchio e pressoché impotente, chiedeva chi lo coadiuvasse in tale ufficio, e a questi fu inviato appunto il Tosi, il quale dovette e non poco lottare per non esserne successore. Ma se riuscì a non avere tale carica, non potè sottrarsi all'ufficio di tenere in Roma la Conferenza degli Ecclesiastici, guadagnandosene la stima, se non di oratore, quella certamente di Santo.. Ed in concetto di Santo fu pur sempre anche a Firenze, ove, trascorso appena un anno, fece ritorno, ma non più per aiutare la Casa coll'opera sua, perché in condizioni di salute deplorevolissime, bensì per edificarla cogli esempi della più invitta pazienza. E dopo poco più d'un anno - il 24 Luglio 1842 - egli era da Dio chiamato al premio eterno dovuto alle sue virtù. Attorno alla sua salma si accalcava tosto il popolo fiorentino, felice chi potesse averne qualche memoria, per reliquia.
E che egli avesse il carattere di Santo noi lo desumiamo da un fatto che casualmente potemmo riscontrare in un'opera del celebre Augusto Gonti, intitolata « Sveglie - dell'Anima », nella quale si ha un profilo di quel .grande Missionario, perché ce lo rappresenta coi carat­teri che ordinariamente contraddistinguono i Santi anche durante la loro vita. Ecco le testuali parole del Conti: «Ebbi la buona ventura che un Padre delle missioni mi visitasse, appartenente cioè a quei Padri missionari che stanno in Borgo San Jacopo a Firenze. Dopo alcune parole, che riguardavano il fine della visita di lui, gli domandai se custodissero memoria sacra del P. Tosi, l'epigrafe funeraria del quale si legge nel portichetto della Chiesa. Mi rispose di si e che n'era stata scritta una biografia da uno dei Padri non pubblicata. Gli narrai allora un fatto mirabile che attestava la santità del Tosi.

" La mia zia Caterina, che sia benedetta, mi raccontò, forse più volte di uno scirro ad una ma1mmella, cresciuto molto e dai medici reputato incurabile. Insomma quelli dell'arte l'avevano spedita. Recatasi dal P. Tosi, che se ben ricordo, l'aveva confessata, mentr'ella per qualche tempo dimorò in Firenze, lo supplicò, genuflessa, di ottenerle da Dio la guarigione, Il Tosi, alzati gli occhi al Cielo, la benediceva ed ella sentitasi guarita come l'emoroissa del Vangelo al solo toccare le vesti del Redentore, giubilando esclamava: « Padre m'ha guarita». - «Che dici, figliuola? - tutto confuso e umiliato soggiunse il padre. Non io, non io, Dio t'ha guarita e a Lui rendiamone grazie - Non posso dubitare della verità di questo prodigio per la veracità di chi me lo narrava, per la notorietà di esso nella nostra famiglia e per la gratitudine che ne serbava la mia santa zia".

Da: Annali della Missione - raccolta bimestrale 31 dicembre 1925, Collegio Alberoni Piacenza, pagg.146-147.

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