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Gaudium Domini Fortitudo |
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Arcivescovo titolare di Diocleziana Pro-Nunzio Apostolico in Iran |
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Cenni
biografici
Annibale Bugnini di Giobbe e di Maria Agnese Ranieri, nato
a Civitella de’ Pazzi (ora
Civitella del Lago) in
Provincia di Terni e Diocesi
di Todi il 14 giugno 1912,
fece le Scuole Elementari al
paese natale (1918-1923);
ammesso nella Scuola
Apostolica S. Vincenzo de’
Paoli di Roma compì gli
studi ginnasiali alle Scuole
del Pontificio Seminario
Romano Minore nel Palazzo
Santa Marta in Vaticano
(1923-1928); ricevuto nel
Seminario Interno
(Noviziato) della
Congregazione della Missione
al Collegio Leoniano il 5
ottobre 1928, emise i Voti
Religiosi il 6 ottobre 1930.
Il giorno dopo, 7 ottobre, giunge a Piacenza al Collegio
Alberoni per iniziarvi gli
studi di Liceo e Filosofia,
come alunno della Camerata
688 insieme con gli studenti
della Missione Cuccino
Angelo (poi missionario in
Albania), Ravaneti Lino e
Morosini Giuseppe
(cappellano militare della
resistenza, medaglia d’ oro
al valor militare, fucilato
dai Tedeschi al Forte
Bravetta il 3 aprile 1944),
e insieme con i chierici
della Diocesi Piacentina.
Compito il primo triennio
degli studi alberoniani, il
10 ottobre 1933 lasciò
l’Alberoni per iniziare in
Roma la Teologia all’Angelicum
con i Padri Domenicani,
studi completati nel 1938
con la tesi dottorale De
liturgia eiusque momento in
Concilio Tridentino.
Il 26 luglio 1936 era stato ordinato Sacerdote a Siena da
S.E. Mons. Alcide Giuseppe
Marina, già suo Superiore al
Collegio Alberoni e poi suo
Provinciale a Roma,
Arcivescovo titolate di
Eliopoli di Fenicia, prima
che egli partisse per
Teheran come Delegato
Apostolico dell’Iran.
Don Annibale iniziò il suo ministero sacerdotale alla
periferia di Roma nella
Cappella rurale dei
Gordiani, parecchi anni
prima che divenisse
Parrocchia, con il
catechismo ai bambini e la
celebrazione festiva della
S. Messa. Il contatto con il
popolo, con i bambini
soprattutto, sviluppò nel
giovane sacerdote il
desiderio di aiutare quelle
anime ad assistere con
profitto alla Santa Messa.
Il suo opuscolo La nostra
Messa, nelle varie edizioni,
che arriverà poi a un
milione di copie stampate,
nasce inizialmente dal primo
apostolato liturgico di Don
Bugnini.
Più tardi, ma ancora durante la guerra, frequentò il
Pontificio Istituto di
Archeologia Cristiana per
addestrarsi maggiormente
nello studio delle fonti
della liturgia, materia
nella quale diverrà poi
maestro. Senza di lui,
animatore ed attore
principale, la Chiesa non
avrebbe avuto né la
Costituzione sulla Liturgia
del Concilio Vaticano II, nè
la riforma liturgica dei
nostri tempi.
Segretario a fianco del Cardinale Lercaro, del Consilium
ad exequendam Constitutionem
de Sacra Liturgia,
nominato Arcivescovo
titolare di Diocleziana il 6
gennaio 1972, e ricevuta
l’ordinazione episcopale dal
Papa Paolo VI il 13 febbraio
successivo, la riforma
liturgica si avviava verso
la conclusione (un paio
d’anni ancora di lavoro
sarebbero bastati), quando
l’11 luglio 1975 giunse
inaspettata la fusione della
Sacra Congregazione dei
Sacramenti e quella del
Culto Divino, senza che
mons. Bugnini vi fosse
confermato nell’incarico di
Segretario.
Il 5 gennaio 1976 Mons. Bugnini fu nominato Pro-Nunzio
Apostolico della Repubblica
Islamica dell’Iran, missione
per la quale non si sentiva
ne preparato ne chiamato, ma
che accettò in spirito di
fede e di obbedienza.
Raggiunse così Teheran come
rappresentante del Papa in
terra Islamica, come
quarant’anni prima (nel
1936) aveva fatto il suo
Superiore Mons. Marina, a
servizio della Chiesa.
Rientrato in Italia nell’estate del 1982 per un intervento
chirurgico, fu ricoverato in
Roma alla Clinica Pio XI. Il
3 luglio, in modo imprevisto
e improvviso, pochi momenti
dopo aver ricevuto
l’Eucaristia, mentre stava
per lasciare la Clinica e
iniziare un periodo di
riposo prima di tornare alla
sua missione a Teheran,
passava dalla mensa che ci
nutre nel cammino terreno al
convito eterno. La chiamata
del signore è giunta
improvvisa, inaspettata; ma
il pensiero della morte era
familiare a Mons. Bugnini.
Nella Chiesa di San Gioacchino ai Prati di Castello in Roma
il 5 luglio si svolsero le
esequie del compianto
Presule. La concelebrazione
della Santa Messa è stata
presieduta da Sua Eminenza
il Cardinale Segretario di
Stato Agostino Casaroli.
Egli, preso come soggetto
dell’omelia il passo
evangelico «Beati quei servi
che il padrone al suo
ritorno troverà ancora
svegli» (Lc. 12,37) e,
ricordato il servizio
sacerdotale reso alla Chiesa
da Mons. Bugnini alimentando
il proprio zelo alle
sorgenti dello spirito di
San Vincenzo de’ Paoli, ci
tenne anche a ricordare la
sua lunga amicizia con lo
scomparso con queste parole:
«La mia conoscenza di
Annibale Bugnini risale agli
anni della prima
adolescenza, quando il
Collegio Alberoni ci accolse
entrambi per gli studi
liceali: lui fra gli
studenti della Congregazione
della Missione, e me fra gli
alunni degli indimenticabili
Superiori e Professori che
la Congregazione della
Missione assicurava a quel
sempre ricordato istituto,
nel quale sotto la guida dei
Figli di San Vincenzo, tante
generazioni di Sacerdoti,
fra i quali non pochi
Vescovi e Cardinali - alcuni
di essi qui presenti - si
sono formati per circa due
secoli e mezzo dalla sua
fondazione. Il vivere sotto
lo stesso tetto in una
costante comunione di
consuetudini, entro il
contesto di una medesima
formazione umana e
cristiana, ispirata
all’ideale luminoso della
tradizione vincenziana,
favorì l’instaurarsi di un
vicolo di amicizia, che non
venne mai meno col passare
degli anni», Del servizio
reso alla Chiesa nel campo
liturgico da Mons. Bugnini,
prima ancora della sua
«missione diplomatica svolta
con zelo, con dignità e
saggezza» in paese islamico,
il Cardinale Casaroli si
espresse in questi precisi
termini: «La sua attenzione
andò sempre più orientandosi
verso il campo della
liturgia, erede anche in
questo di una affermata
tradizione della famiglia
lazzarista: campo ove le sue
qualità innate e l’assidua
preparazione ebbero modo di
esprimersi con una forza
singolare. Venne cosi
delineandosi il più
specifico,. certo, dei
servizi resi da P. Bugnini
alla Chiesa. E noto il ruolo
che egli ebbe nella
preparazione e
nell’attuazione della
riforma liturgica, durante e
dopo il Concilio Vaticano II.
Nessuno, anche fra chi
dissentisse da alcune scelte
concrete da lui favorite nel
corso di quella complessa
opera di trasformazione e di
adeguamento, che i tempi
avevano resa necessaria e
urgente, potrà
legittimamente misconoscere
la dedizione e l’entusiasmo
con cui il defunto consacrò
le proprie energie a tale
impegno di portata storica.
E nessuno che ami ‘sentire
cum Ecclesia’ mantenendo
insieme l'animo aperto ai
‘segni dei tempi’, potrà
ignorare i risultati
positivi, che la riforma
alla quale egli collaborò ha
sortito e continua a
sortire, là dove essa è
stata correttamente
applicata».
La salma venerata del compianto Confratello è stata poi
portata nel Cimitero del suo
paese natale, Civitella del
Lago.
G.F. ROSSI C.M. |
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RICORDO DI MONS. A. BUGNINI
La tomba di Mons. Bugnini è segnata dall’iscrizione
sepolcrale da lui stesso dettata MONS. ANNIBALE BUGNINI
ARCIVESCOVO LITURGIAE CULTOR ET AMATOR , SERVI’ LA
CHIESA.
E quell’epigrafe testimonia altamente la verità perchè la
liturgia fu il campo di lavoro suo specifico al quale si dedicò
con amore fin dalla giovinezza.
Nel 1938 P. Bugnini terminò i suoi studi in Roma all’
Angelicum con la tesi dottorale in teologia: De liturgia
eiusque momento in Concilio Tridentino. L’orientamento alla
liturgia era emerso in lui negli anni del corso teologico. Fu un
impegno personale, sostenuto dall’esempio e dall’incitamento dei
suoi confratelli addetti alla direzione delle Ephemerides
Liturgicae. Studio personale che completò frequentando,
verso la fine della guerra (1943-1946), il Pontificio Istituto
di Archeologia Cristiana in Roma. Gli furono maestri Enrico Iosi,
Antonio Ferrua, Engelberto Kirschbaum, Angelo Silvagni,
Cuniberto Mohlberg, e con essi conservò rapporti di amicizia e
di stima scambievole. Furono, questi, gli anni in cui cominciò a
far amare la liturgia ai giovani che iniziavano la loro
preparazione al sacerdozio nella sua Comunità, attraverso la
pratica minuziosa delle cerimonie, l'insegnamento delle nozioni
fondamentali, la stima di tutto ciò che aiuta il sacerdote a
formarsi alla liturgia anche nella bellezza e nella precisione
del servizio religioso.
In questo medesimo periodo, P. Bugnini inizia anche l’altra
parte del suo servizio sacerdotale nella vita della sua
Comunità, con il ministero a favore del clero. Nel 1938, la S.
Congregazione per i Seminari chiede ai Superiori del Collegio
Leoniano di Roma di aprire un Convitto Ecclesiastico per i
giovani sacerdoti che compiono i loro studi presso gli Atenei
Romani: P. Bugnini ne è il primo direttore (1939-1944 e poi
1952-1953), ne organizza le strutture e imprime quella linea di
austera serietà che è ancora ricordata dagli alunni di allora,
diversi dei quali sono Vescovi o impegnati nel servizio della
Santa Sede o delle loro Chiese.
Si precisano così le due linee della sua attività:
dedicazione alla liturgia e alla sua famiglia religiosa che amò
intensamente: sono i due poli che ritornano nella sua attività
di lavoro e di studio. Anche negli anni di maggiore impegno nel
servizio della Santa Sede, non si emarginò mai dalla vita della
sua Comunità, anzi continuò ad amare e ad approfondire lo
spirito vincenziano come scuola di amore alla Chiesa e come
espressione di forte spiritualità.
Ma è nel 1945, al termine della guerra, che P. Bugnini
entra definitivamente nel campo della liturgia. È con la nomina
a direttore delle Ephemerides liturgicae, compito che
conserverà per vent’anni, fino al 1963. Si trattava di
ristrutturare la Rivista, di portarla ad un livello di rispetto
e di promozione nel campo culturale. Il nuovo direttore iniziò
con una presa di contatto personale con gli studiosi di liturgia
e con i centri liturgici europei, portando i nomi più
prestigiosi nell’elenco dei collaboratori della Rivista.
Sono di questo periodo anche la collana «Ardens et lucens»
che affiancava le Ephemerides e che nei pochi anni di
vita raccolse titoli di valore, come pure i due volumi della
«Miscellanea Mòhlberg» in onore del suo maestro.
Anche il movimento liturgico italiano che allora si andava
organizzando ebbe P. Bugnini tra i primi aderenti e animatori:
fu infatti uno dei fondatori del Centro di Azione Liturgica, e
per molti anni ne fu membro del Consiglio Direttivo e animatore
delle Settimane liturgiche.
Questo contatto con l’ambiente di studio, romano e
internazionale, portò P. Bugnini nell’ambito della Curia Romana.
Furono prima relazioni nate dal lavoro di direzione delle
Ephemerides, ma sfociarono poi in un impegno più programmato
e stabile, di collaborazione con la Sezione Storica della S.
Congregazione dei Riti.
Ormai il suo nome era quotato nell’ambiente romano, e fu un
susseguirsi di impegni e di incarichi. Non è possibile che darne
un elenco scarno. Nel campo dell’insegnamento: professore di
liturgia nella Pontificio Università Urbaniana (1948-1967),
professore di liturgia e di legislazione liturgico-musicale nel
Pontificio Istituto di Musica Sacra (1955-1964); professore di
liturgia pastorale al Pontificio Istituto Pastorale
dell’Università Lateranense (1057-1962). L’insegnamento gli fece
maturare l’iniziativa lanciata durante il Congresso di Liturgia
Pastorale ad Assisi (1956) di una settimana annuale di studio
per i professori di liturgia nei seminari italiani: ne organizzò
le prime tre (1957-1959) e poi lasciò l’iniziativa al CAL.
L’attività di insegnamento richiama, quasi necessariamente,
la sua produzione letteraria in campo liturgico. P. Bugnini,
nonostante la sua passione per lo studio, non è autore di grandi
opere scientifiche. I suoi scritti sono piuttosto «occasionali»;
sono di preparazione, di commento, di illustrazione e
divulgazione delle riforme liturgiche che si sono susseguite dal
1951 in poi.
Si può però facilmente notare la precisione nella ricerca
delle fonti e nella documentazione, e una loro lettura che è
allo stesso tempo appassionatamente storica ma confrontata con
le situazioni e le esigenze nuove della vita della Chiesa: una
passione, questa, che ne guiderà il lavoro soprattutto nei
momenti di maggiore impegno.
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Papa Paolo VI e
Mons. Bugnini il giorno dell'Ordinazione Episcopale il 13 febb.
'72 |
A servizio della Santa Sede, negli uffici della Curia
Romana, fu: Segretario della Commissione per la riforma generale
della liturgia, di Pio XII (1948), Addetto alla Sezione Storica
della S. Congregazione dei Riti e poi anche Consultore della
medesima Congregazione (1956), Consultore di Propaganda Fide
(1960), membro della Commissione Liturgica diocesana di Roma
(1956) e della Commissione liturgica per il Sinodo di Roma
(1960), per il Vaticano II, membro della Commissione Antepreparatoria (1959), Segretario della Commissione Liturgica
preparatoria (1960) e Perito della Commissione Conciliare per la
liturgia (1962), e della Commissione pro episcopis
(1963), Segretario del «Consilium» (1964), Sottosegretario della
S. Congregazione dei Riti (1965), Delegato per le Cerimonie
Pontificie (1968), Segretario della S. Congregazione per il
Culto Divino (1969). Il 6 gennaio 1972 dal papa Paolo VI fu
nominato Arcivescovo titolare di Diocleziana e da lui fu
ordinato il 13 febbraio seguente. Il 5 gennaio 1976 fu nominato
Pro-Nunzio Apostolico in Iran.
Non è un «cursus honorum» , ma un curriculum di impegni via
via più pesanti e di sempre maggiore responsabilità di fronte
alla Chiesa. E una vita che viene assorbita dalla liturgia da
amare, approfondire, promuovere, perché sia compresa e vissuta,
e così diventi realtà della «historia salutis» per la Chiesa e
per ogni credente.
Un primo contributo notevole al rinnovamento liturgico P.
Bugnini lo diede come Segretario della «Commissione per la
riforma generale della liturgia» costituita da Pio XII (1948).
Fu un organismo limitato come uomini che ha impegnato, come
lavoro svolto e anche come impostazione del lavoro stesso, a
causa delle circostanze storiche. Soprattutto era circondato da
gran segreto, e ancora oggi i suoi progetti sono poco
conosciuti. P. Bugnini, come segretario, fece, senza volerlo,
l’esperienza di quello che sarebbe stato poi l’impegno
fondamentale del suo lavoro come segretario della Commissione
conciliare, nella preparazione, e poi del «Consilium». Nel
lavoro di questa Commissione contribuì all’inizio della riforma
con la restaurazione della Veglia Pasquale e poi con il
rinnovamento della Settimana Santa. Fu grande la sua gioia in
quella notte di Pasqua del 1951 nella povera cappella di una
parrocchia della periferia di Roma, dove svolgeva il ministero
sacerdotale la domenica.
Queste esperienze pastorali erano per lui come uno stimolo
e una verifica che lo portarono a sentire l’esigenza del
rinnovamento della liturgia. Allo stesso modo, il contatto con
il clero gli fece percepire urgente il bisogno di
semplificazione delle rubriche del Messale e del Breviario, per
facilitarne la preghiera. C’era in lui un collegamento sentito,
quasi un esigenza da coltivare, tra vita sacerdotale, vita della
comunità cristiana e liturgia. Non era solo lo studioso delle
fonti; amava verificare e vivere le possibili soluzioni nella
pratica della vita pastorale. Per cui nacque anche il suo
sussidio per la partecipazione dei fedeli «La nostra Messa» che
in quel momento era all’avanguardia del movimento liturgico
italiano. All’inizio non fu neppure creduto: ma ebbe, in varie
edizioni successive, un milione di copie.
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Mons. Bugnini durante una
celebrazione Eucaristica |
Le esperienze positive e negative nel lavoro della
Commissione Piana hanno guidato P. Bugnini nel compito ben più
impegnativo dell’organizzazione della Commissione Preparatoria
del Concilio per la liturgia. La prima preoccupazione fu la
scelta dei membri e dei consultori: con un criterio che seppe
comporre la competenza, l’universalità e la disponibilità,
raccolse le forze vive allora operanti nel campo liturgico.
Quando, nel novembre 1960, la Commissione tenne la prima
riunione plenaria, ci si rese conto della potenziale capacità di
resa. Il Segretario propose dei criteri di lavoro ben ponderati:
apporto della teologia, della storia, della spiritualità;
verifica del valore pastorale delle scelte; considerazione
dell’universalità e del pluralismo della Chiesa e del mondo a
cui ci si rivolgeva. Tutto ciò da realizzare in un rapporto di
serena fiducia, di libertà di espressione, di rispetto delle
persone e delle idee. E si può dire che all’interno della
Commissione questa linea fu osservata, nonostante il numero dei
componenti (63) e delle varie commissioni (13). Non sono mancati
alcuni momenti difficili, qualche interferenza, qualche timore.
La capacità di mediazione del Segretario seppe far fronte alle
varie situazioni e far rientrare nel programma vari aspetti che
sembravano dover creare difficoltà o addirittura, rigetto da
parte di qualche organismo della Santa Sede.
Anche la previsione della proposta da sottoporre ai Padri
Conciliari, diversi come provenienza, preparazione e
comprensione della liturgia, fece sì che il Segretario guidasse
la Commissione a una linea moderata, pur nella affermazione e
difesa dell’essenziale. E la bontà della linea fu verificata in
Concilio: le posizioni della Commissione Preparatoria furono
tutte riprese e approvate, anzi aprirono il cammino ad ulteriori
precisazioni e progressi venuti dall’Assemblea Conciliare.
Purtroppo, il lavoro della Commissione Preparatoria si
chiuse per P. Bugnini con una prova personale di sofferenza
umana. Nella nomina della Commissione Conciliare il nuovo
Presidente preferì altra persona come Segretario. La sofferenza
di P. Bugnini non fu tanto nel vedersi messo da parte come
persona, quanto il vedere giudicato negativamente il lavoro,
frutto di sacrifici e di apporto di tante persone di valore, e
soprattutto nel vedere come posti in dubbio i principi che lo
avevano guidato. E ciò non con una affermazione chiara, ma
attraverso quelle insinuazioni di dubbio che accompagnano queste
situazioni, senza che vi sia un punto di riferimento a cui
rifarsi per dialogare e spiegarsi serenamente. In questo clima
di incertezza non gli fu riconfermato neppure l’incarico di
professore all’Istituto Pastorale del Laterano. La sofferenza
umana fu alleviata dalla fiducia nella bontà dell’opera e della
causa servita, dall’affetto e dalla stima di tanti collaboratori
e di molti vescovi del Concilio.
Così P. Bugnini, durante il Concilio, prestò serenamente la
sua collaborazione come semplice perito Conciliare della
Commissione per la liturgia.
La più bella consolazione, credo, la ebbe il 22 novembre
1963, quando nella Congregazione Generale i Padri approvarono la
Costituzione sulla liturgia. P. Bugnini era in una tribuna dei
Periti. Un applauso salutò l’esito della votazione e le parole
del Segretario del Concilio che ringraziava quanti avevano
collaborato a questo esito. Il Card. Tisserant ricordò anche il
defunto Card. Cicognani: e mentre i Periti gli si facevano
attorno per rallegrarsi con lui, P. Bugnini sorridente e con le
lacrime agli occhi, scomparve rapidamente, in silenzio. Era il
primo riconoscimento del lavoro svolto e la certezza che tante
le fatiche non sarebbero andate perdute.
La Costituzione sulla liturgia fu approvata e promulgata il 4 dicembre
1963, così come la Commissione Preparatoria l’aveva redatta. P.
Bugnini fu chiamato da Paolo VI e affiancato al Card. Lercaro,
come Segretario, per realizzare le decisioni conciliari: nasceva
il «Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia».
I principi ispiratori del lavoro erano stati fissati dal
Concilio. Si trattava di impostare un lavoro, di animarlo,
perché in uno spazio di tempo ragionevole il programma di
riforma trovasse realizzazione. E tutti sanno quanto la
situazione fosse delicata con una periferia che molto spesso
procedeva arbitrariamente, anticipando qualsiasi decisione
dell’autorità. Il primo passo fu la scelta del personale, gli
operai, spesso sconosciuti, che avrebbero dato l’apporto
decisivo.
Al «Consilium» composto di una cinquantina di Cardinali e
Vescovi, furono affiancati 150 Consultori delle varie parti del
mondo, con competenze ed esperienze diverse, in grado di
condurre avanti il programma. 40 Commissioni in una serie
innumerevole di riunioni hanno preparato, attraverso 365 schemi
per le Plenarie, le 13 sessioni del «Consilium», da cui sono
derivati i nuovi libri liturgici, oltre a numerosi altri
documenti che hanno orientato l’applicazione della riforma
liturgica. P. Bugnini seppe coordinare tutto con tatto, con
prudenza, componendo le differenze, animando nei momenti di
stanchezza o nei pericoli. Ci fu libertà di espressione, di
sentimenti, di confronto leale, un grande amore per la Chiesa,
una grande preoccupazione pastorale. Non tutto è perfetto, varie
cose hanno bisogno di essere completate o altrimenti definite
alla luce dell’esperienza. Si trattava di superare, tra le varie
difficoltà, e i vari pericoli, anche la fretta di tanti pastori
e di tante comunità, oltre che le diffidenze, le incomprensioni,
le ostilità di qualcuno, specie quando tutto questo si andava
dove non avrebbe dovuto trovarsi. Una grande abilità comunemente
riconosciuta al Segretario del «Consilium» fu il saper mediare
le varie esigenze, spesso non facilmente conciliabili, almeno a
prima vista. Ciò costituiva una lotta anche per il suo
temperamento, che molti pensavano spontaneamente battagliero e
intransigente.
Sotto il sorriso e la serenità c’era qualche volta
l’apprensione, una qualche indecisione iniziale o, per chi non
lo conosceva da vicino, quasi l’impressione di un po’ di
tergiversazione nelle scelte. Ma chi, di fronte a decisioni di
così vasta portata e responsabilità, si sente sempre tranquillo
e pienamente sicuro?
La sorgente della sua forza e della sua serenità fu la
fiducia che in lui riponeva il Papa.
Non c’erano solo i promemoria, a volte anche voluminosi e
dettagliati, che andavano al Papa e da lui tornavano
personalmente annotati. Era il Papa stesso che amava discutere
con P. Bugnini i punti principali,. le soluzioni più
impegnative.
E spesso, dopo il colloquio, faceva pervenire una pagina di
appunti con il suo pensiero espresso in forma positiva o
interrogativa o con qualche suggerimento; ma sempre con la
delicatezza e la signorilità che gli era propria. E per P.
Bugnini accettare e far accettare il pensiero del Papa e i suoi
desideri, magari dopo aver fatto presente il parere contrario e
le possibili obiezioni, era una preoccupazione costante: ci
soffriva quando in qualcuno dei Consultori o anche dei Vescovi
trovava una certa resistenza.
Questa fiducia del Papa era per lui sicurezza e sprone a
lavorare con tranquillità.
Il clima di lavoro sia con i collaboratori abituali che con
i Consultori era sereno: c’era impegno, dialogo, confronto prima
delle conclusioni; ma c’era sempre un’aria di amicizia e di
stima che dava gusto a lavorare. Un’aria che anche i Vescovi, i
responsabili del movimento liturgico che andavano al «Consilium»
e poi alla Congregazione per il Culto Divino per lavoro, per
problemi, per consiglio, respiravano nell’ambiente di cordialità
e di apertura umana. Quante volte Mons. Bugnini, con il sorriso
che gli era proprio, sapeva trovare il cammino per aiutare, per
consigliare, per proporre soluzioni a chi andava da lui. A
volte, poi, sapeva raggiungere anche con un biglietto, una
telefonata, l’autore di un articolo, il responsabile di una
rivista o di una rubrica per una parola di approvazione, di
incoraggiamento, di richiamo quando ce n’era bisogno. Sapeva
quanti, magari ingenuamente, si appellano ad uno scritto come ad
un’autorità: le riviste liturgiche dovevano essere un aiuto, una
guida all’interpretazione e alla realizzazione della riforma
liturgica, non un campo di proposte non sensate. Per questo
Mons. Bugnini non era avaro di informazioni circa lo sviluppo
dei lavori della riforma liturgica. Era necessario che la
periferia, i responsabili del movimento liturgico fossero al
corrente, anche per coordinare le iniziative sul piano locale.
In questa prospettiva nacque «Notitiae» prima come foglio
ciclostilato poi, col crescere delle richieste e l’evolversi
dell’impostazione, come rivista. In questa stessa linea di
informazione si inseriscono le lettere annuali che il «Consilium»
inviava ai Presidenti delle Conferenze Episcopali e delle
Commissioni liturgiche nazionali: erano un bilancio, una,
proiezione, una puntualizzazione di alcuni problemi. Tutto
serviva a Mons. Bugnini per creare legami di buoni rapporti tra
gli organismi centrali e la periferia. E sono molti, anche tra i
Vescovi, che hanno sentito questo come un gesto di amicizia, più
che di imposizione o di controllo.
Il lavoro del
«Consilium» e della Congregazione ha messo in rilievo anche
l’apertura di Mons. Bugnini ai problemi, alle situazioni con le
loro note caratteristiche, irripetibili. Mons. Bugnini voleva
una normativa liturgi.ca precisa, e vi era fedele personalmente
e nel richiederne il rispetto. Ma voleva che fosse tale che
ognuno quasi vi si ritrovasse, e che leggendo lo spirito della
legge incontrasse la soluzione logica a situazioni anche
speciali. Anche il problema dell’adattamento era uno dei punti
orientativi del suo lavoro: ha sempre parlato di una riforma la
cui ultima tappa dovesse essere frutto del lavoro delle Chiese
locali. Ma quel che Mons. Bugnini prevedeva non era un
adattamento capriccioso, estemporaneo, fantastico; era il frutto
maturo e meditato di una vita ecclesiale vissuta in una linea di
sana tradizione e di ardita apertura che accogliesse i nuovi
problemi e le espressioni caratteristiche e cristianizzabili di
ogni cultura. Sognava una liturgia giovane, viva, espressiva,
non ridotta. a pezzo da museo, a semplice esercitazione rituale.
Purtroppo non sempre ne da tutti questo concetto è stato
recepito esattamente.
Un ultimo aspetto del suo programma di lavoro; la pazienza.
C’era chi scalpitava per andare avanti bruciando le tappe. Mons.
Bugnini si sforzava di far capire l’esigenza di limitare la
corsa perchè si procedesse tutti insieme. C’era anche chi
restava fermo: Mons. Bugnini stimolava; ma sapeva anche chiedere
che si desse il tempo necessario per l’assimilazione delle idee.
E chiaro che i grandi programmi maturano poco a poco, man
mano che le idee che vi soggiacciono vengono capite e fatte
proprie. Per questo sapeva anche aver pazienza con chi era
arroccato sulla sponda della contestazione. E più di una volta
ha chiesto che anche chi era in autorità avesse pazienza.
E in questo clima che si è potuto compiere quell’opera cosi
grande della riforma liturgica di Paolo VI e voluta dal Vaticano
II.
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Mons. Annibale Bugnini
assiste ad una conferenza |
Non è certamente solo un’opera umana: Dio è stato presente
negli strumenti che la sua Provvidenza si é scelto e preparato.
Anche gli strumenti sono importanti per il compimento e la
sopravvenienza delle opere di Dio: Mons. Bugnini vide una luce
di speranza nella decisione di Paolo VI di costituire la S.
Congregazione per il Culto Divino. Nacque dal «Consilium»,
doveva completarne l’opera e poi provvedere alla realizzazione
continua della riforma. Paolo VI affidò a P. Bugnini l’incarico
di Segretario. Era naturale che chi aveva condotto la nave fino
allora continuasse il percorso fino alla fine: per lui fu un
nuovo impegno davanti alla sua coscienza e davanti alla Chiesa
per la rinnovata fiducia del Papa, soprattutto quando, elevando
lo alla dignità episcopale e ordinandolo personalmente, lo mise
ancora più direttamente a parte della sollecitudine per tutte le
Chiese.
Mancava ormai poco alla conclusione dei lavori della
riforma liturgica, quando 1’11 luglio 1975 giunse inaspettata la
fusione tra la S. Congregazione dei Sacramenti e quella del
Culto Divino. La decisione era anche logica, ma trattandosi di
concludere la riforma liturgica sembrò strano che Mons. Bugnini
non venisse chiamato a continuare nell'incarico di Segretario.
Fu il secondo momento difficile nel suo cammino di servizio alla
liturgia, soprattutto per le solite voci incontrollabili che
fecero circolare una serie di apprezzamenti ingiusti e infondati
sulla sua persona e sul lavoro della riforma liturgica. E
dovette lottare per ritrovare la serenità di spirito che lo
portò ad accettare la nuova missione in Iran. L'attività
diplomatica lo allontanava dall'impegno diretto per la liturgia
e lo allontanava da Roma. La piccola comunità cristiana
dell'Iran non avrebbe certamente assorbito tutte le sue capacità
e il suo tempo. Mons. Bugnini ha cercato di inserirsi nella
realtà, soprattutto spirituale, del popolo in mezzo a cui era
chiamato a vivere: ha girato tutto l'Iran per conoscere le
diverse situazioni e vedere i luoghi legati alla storia del
cristianesimo (e ne ha scritto la storia in un volume di quasi
500 pagine! ha cercato di capirne lo spirito e la cultura; ha
collaborato familiarmente con i Vescovi cattolici dei vari Riti
riuscendo a stabilire la Conferenza Episcopale.
Non si interessava più di liturgia, ma agiva con lo stesso
spirito di apertura ai problemi vivi e alla crescita della
Chiesa. Le circostanze della rivoluzione islamica lo portarono a
usare ancora la sua capacità di mediazione: questa volta non tra
liturgisti ma per la difesa dei diritti umani.
La missione diplomatica, esperienza certo inattesa per lui,
ha arricchito il suo spirito di nuove sfaccettature,
interessanti anche su piano umano.
Il nome di Mons. Bugnini rimane certamente legato all'opera
della riforma liturgica di Paolo VI. Qualcuno ha affermato che,
senza P. Bugnini, la Chiesa non avrebbe avuto la Costituzione
sulla liturgia né la riforma liturgica. Non si può negare che
questo lavoro è stato la parte più importante e più impegnativa
della sua vita, è stata la sua gioia e la sua trepidazione per
gli anni di maggiore resa nel servizio alla Chiesa. Lo ha
sottolineato anche il Card. Casaroli nella Messa esequiale: «È
noto il ruolo che egli ebbe nella preparazione e nell'attuazione
della riforma liturgica, durante e dopo il Concilio Vaticano II.
Nessuno, anche fra chi dissentisse da alcune scelte
concrete da lui favorite nel corso di quella complessa opera di
trasformazione e di adeguamento, che i tempi avevano reso
necessaria e urgente, potrà legittimamente misconoscere la
dedizione e l'entusiasmo con cui il defunto consacrò le proprie
energie a tale impegno di portata storica. E nessuno che ami ‘sentire
cum Ecclesia’, mantenendo insieme l'animo aperto ai ‘segni
dei tempi’, potrà ignorare i risultati positivi che la
riforma alla quale egli collaborò ha sortito e continua a
sortire, là dov' essa è stata correttamente applicata».
Mons. Bugnini sarà ricordato per il suo amore e il suo
servizio alla liturgia. Non va dimenticato il suo servizio e il
suo amore alla Comunità. È un amore che, insieme con quello alla
liturgia, assorbì già negli anni della formazione.
Aveva avuto davanti l’esempio di confratelli venerabili e
validi per lo spirito vincenziano e la loro dedizione alla
Comunità. Tra essi ricordava e ammirava in modo speciale, e in
certa misura amava anche riprodurlo, Mons. Marina per le sue
doti di nobiltà d'animo, di preoccupazione per il rifiorire
delle opere della Comunità anche attraverso la promozione delle
vocazioni, per sua signorile grandezza e nobiltà nei progetti e
nelle iniziative. Mons. Bugnini ha saputo amare della Comunità
il passato nelle sue espressioni venerande, raccoglierne e
custodirne i ricordi, le figure (si ricordino le biografie di
confratelli da lui direttamente scritte o sollecitate per gli
«Annali»), le cose anche piccole ma significative per lo
spirito, le note caratteristiche. Fu suo il riordinamento dell'
archivio provinciale e della biblioteca vincenziana.
Ma sapeva apprezzare e sostenere le iniziative coraggiose e
nuove, a volte anche con un entusiasmo e delle manifestazioni
che potevano sembrare eccessive o poco prudenti; reagiva contro
il semplice mantenimento delle posizioni acquisite. Amava dire
che val meglio rifondare, ricominciare da capo con iniziative
nuove, che rispolverare quelle tradizionali, solo perchè tali.
Per questo ebbe anche momenti di scontro e di sofferenza
nella vita di Comunità, quando gli sembrava che mancasse
l'impegno necessario per lo sviluppo delle opere e della vita
vincenziana.
Ciò avvenne soprattutto nei suoi anni più giovani, quando
era più direttamente impegnato nei ministeri e nelle attività
della Comunità. Il suo temperamento non era sempre facile né
così sorridente come appariva a chi lo avvicinava in modo non
continuo. Se ne rendeva conto, sapeva di far soffrire, e ne
soffriva lui stesso. Ma nessuno può negargli di aver amato la
Comunità, di aver lavorato e lottato perchè crescesse nel suo
servizio alla Chiesa e ai poveri.
Si è dedicato soprattutto al servizio e alla formazione del
clero, nel Convitto del Leoniano, con i nostri studenti ancora
non sacerdoti della comunità internazionale, e anche con lo
stesso lavoro liturgico.
All'interno della Comunità, ha ridato slancio agli «Annali
della Missione» che diresse per dieci anni (1947-1957), come
pure a «Sintesi Vincenziana» che allora teneva il posto
dell'attuale «Bollettino Vincenziano» della Provincia di Roma.
Voleva che la Comunità nel suo insieme, e non solo a livello
provinciale, fosse informata di ciò che si faceva nelle diverse
Province per la sua missione e che anche al di fuori di essa se
ne fosse informati a livello ecclesiale. A questo scopo fondò e
per quattro anni diresse e praticamente compilò i numeri di «Vincentiana»
quando era un semplice bollettino ciclostilato destinato a
portare informazioni rapide ed essenziali alle varie Case della
Comunità su ciò che avveniva nella vita vincenziana. Lo vedeva
come un legame tra le Province, un mezzo per stimolare
iniziative e suscitare buone emulazioni.
Il suo servizio alla Comunità, però, non lo considerava un
impegno solo personale e limitato alla durata del suo ufficio.
Lo manifestò soprattutto nel disimpegno di certe responsabilità
come di Superiore o di Consultore Provinciale. Una delle sue preoccupazioni era di formarsi dei
collaboratori che fossero poi dei continuatori.
Amava insegnare, portare la sua esperienza ma senza essere
opprimente, e quando vedeva che uno era ormai in condizioni di
lavorare da solo, gli dava piena fiducia e libertà di azione,
pronto a ritirarsi davanti a forze più giovani. Anche da Nunzio
Apostolico si senti legato alla Comunità. Per questo si adoperò per una presenza vincenziana più
significativa e più aderente alla tradizione locale nell'Iran,
anche dopo la rivoluzione islamica. Si rifaceva alla storia
della Chiesa in Iran, e all'apporto costruttivo e quasi decisivo
che la presenza vincenziana vi aveva recato nell'ultimo secolo.
Si veda il numero degli «Annali» (1981, n. 4) che ha dedicato
per intero a questo tema. Godette della risposta delle Figlie
della Carità, si rattristò per l'impossibilità di aumentare la
presenza dei Missionari.
Alla base di questo lavoro umanamente immenso, Mons.
Bugnini portava un profondo spirito sacerdotale, ispirato e
illuminato dallo spirito caratteristico di San Vincenzo. Alcune
note in forma molto sintetica. Lo spirito di fede nella lettura
degli avvenimenti, soprattutto quando sono causa di sofferenza e
non è sempre dato capirli fino in fondo. Un uguale spirito di
fede nel giudicare le persone, specialmente le persone di
Chiesa, quando intersecano il nostro cammino e dispongono della
nostra obbedienza anche oltre certi limiti umani. Un grande
amore al papa come segno e come punto di riferimento della
propria fedeltà. Le prove attraverso cui Mons. Bugnini era
passato nel suo servizio alla Chiesa lo avevano affinato, lo
avevano reso spiritualmente molto sensibile, generoso e
comprensibile. Ancora possiamo notare l'amore e la comprensione
per i sacerdoti veduti come fratelli (molti devono a Mons.
Bugnini aiuto disinteressato in momenti di prova spirituale e
materiale); desiderio di servizio ai poveri soprattutto mediante
l’evangelizzazione (Mons. Bugnini pensava spesso a certe
categorie di persone nel rendere comprensibile e agibile la
liturgia, e ritirandosi dalla missione diplomatica sognava
terminare i suoi giorni in una piccola parrocchia di campagna,
memore del suo primo servizio sacerdotale nell'agro romano); i
silenzio e il nascondimento, senza ricerca di riconoscimenti e
di applausi, e ciò anche nel momento della prova. Tutto si
riassume in un grande amore alla Chiesa, il cui servizio diventa
un ideale che anima il lavoro e la fatica quotidiana e li rende
gioiosi. All'indomani della nomina a Pro-Nunzio a Teheran,
scriveva: «In un grande momento della sua storia, abbiamo
cercato di servire la Chiesa, non di servircene ...Abbiamo
lavorato con grande dedizione, libertà di spirito, leale
ardimento e pronta obbedienza, per la restaurazione liturgica e
per difendere le mete raggiunte. Rendiamo grazie al Signore di
averci chiamato a questa impresa, destinata ad alimentare le
fonti della grazia e ad allietare la Città di Dio. Resta ora da
fare il più, e il più difficile: che .la celebrazione
dell’«opera della salvezza», di cui siamo stati utilissimi
servitori, informi pienamente la vita dei fedeli e della Chiesa,
molteplice per il numero delle genti e varia nelle espressioni».
I collaboratori, gli amici, gli estimatori di Mons. Bugnini
vorranno certamente ricordarlo facendo loro questa sua
preoccupazione: che l'opera iniziata con tanto sacrificio e con
tanta gioia non si arresti, ma si completi giorno dopo giorno a
lode di Dio e a bene della Chiesa.
E anche la Congregazione della Missione e il Collegio
Alberoni vorranno ricordare Mons. Bugnini come figlio fedele e
affezionato alunno e raccoglierne il desiderio di una fedele
adesione al carisma particolare di servizio alla Chiesa e ai poveri.
P. CARLO BRAGA C.M.
(già
collaboratore di Mons. Bugnini
per la riforma liturgica)
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